“Pioggia abbondante” in arabo Ghaith, l’equivalente coranico della manna biblica. Così si chiama l’operazione lanciata nel 2015 dalla Qatar Charity Foundation (QC), ente caritatevole governativo saudita, per realizzare nuove moschee o rendere più dignitose quelle esistenti. Un’operazione senza precedenti, una specie di Piano Marshall per l’Islam in Europa che coinvolge 23 Paesi tra cui Francia, Belgio, Kosovo e Bosnia. Anche in Italia la “ghaith” ha portato molta acqua: la sola l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia), la più rappresentativa delle associazioni dell’Islam in Italia con oltre 150 associazioni che amministrano più di 200 luoghi di culto e associazioni, ha ricevuto attraverso QC 25 milioni di euro in tre anni. Un risultato straordinario, difficile da ripetersi, ammette la stessa associazione.

Il denaro arriva direttamente dal fondo sovrano Qatar investiment authority, lo stesso che ha fatto shopping a Milano, acquistando i grattacieli dell’area di Porta Nuova o l’hotel Gallia e ha comprato Meridiana e Valentino. Ma un asset viaggia con il culto del Profeta e marcia a pieno regime. L’ultimo viaggio della delegazione guidata dall’imprenditore qatariota Ahmad al-Hammadi, è passata tra il 24 e il 28 maggio da Piacenza, Brescia, Vicenza e Mirandola (Modena), con al seguito il presidente e il tesoriere dell’Ucoii. Sono almeno tre anni in realtà che Doha investe molto denaro a sud delle Alpi. Il sito del gruppo di analisti americani Consortium against terrorist finance riporta che nel 2013 QC ha portato in Sicilia 2,4 milioni di euro da investire in otto strutture, l’anno seguente è toccato ad altre dodici località, tra cui Milano, Torino, Roma e Verona.

Il presidente dell’Ucoii Izzedin Eldir, contattato da IlFattoQuotidiano.it, conferma le cifre ma resta vago sulla destinazione: “Sono servite per aiutare 40-43 moschee e sale di preghiera”. Quali, dove, come non lo dice esattamente. Sono associazioni federate Ucoii che hanno presentato progetti “per rendere più dignitoso il luogo di preghiera”. Tra queste, la più importante è l’associazione di Sesto San Giovanni, che ha ottenuto il finanziamento per una nuova moschea. Un progetto da 2.450 metri quadrati e 5 milioni di euro. Altri aiuti, minori, arrivano dai sauditi e dai turchi, in particolare con l’associazione Milli Gorus, un network di associazioni, molto radicato in Germania, il cui fondatore Necmettin Erbakan è stato uno dei principali ispiratori del partito Akp del presidente turco Erdogan.

Non proprio moderati. E qui sta il punto. La trasparenza, la tracciabilità dei flussi non è più un dettaglio ma una questione di sicurezza nazionale. L’ultimo Rapporto Annuale dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia indica che nella galassia di segnalazioni scaturite da anomalie finanziarie ce ne sono diverse “rilevate su rapporti intestati a organizzazioni senza scopo di lucro, di matrice religiosa e/o caritatevole (centri culturali islamici, associazioni, fondazioni, Onlus, etc.)”. “Il Qatar, rispetto agli altri Paesi del Golfo, è il primo finanziatore dei Fratelli Musulmani, anche dopo le primavere arabe – rincara l’islamista Paolo Branca, docente all’Università Cattolica di Milano -. Non è un aspetto che si può prendere sotto gamba”.

Queste opacità, non senza operazioni sospette, durano da almeno 30 anni, ossia da quando sono cominciate a nascere le prime sale di preghiera e le prime organizzazioni islamiche. Essendo associazioni private, non sono obbligate per legge a pubblicare i bilanci, né a fornire gli elenchi completi dei donatori. “Se i Comuni ci chiedono i bilanci, li forniamo senza problemi, ma da quanto mi risulta sono loro che non li chiedono”, sostiene sempre Izzedin Eldir. Tra i metodi attraverso cui le associazioni si finanziano c’è uno dei quattro pilastri dell’Islam: lo zakat, ossia il “supporto ai bisognosi”. Si tratta di una tassa minimo del 2,5% che ci si autoimpone sulla propria ricchezza. Va donata alla comunità, per compiere opere di bene. Ad oggi, non è possibile tracciare né l’origine di questo denaro, né per che cosa venga investito.

Galassia Islam. Il Viminale non sa quante sono le moschee 
Se i conti delle associazioni islamiche sono opachi, il loro status giuridico non è da meno. E la responsabilità di questo grava sulle spalle del Ministero dell’Interno e delle diverse consulte o comitati per l’Islam italiano sotto i ministri Pisanu, Amato, Maroni e ora Alfano
. Si brancola talmente nel buio che il Viminale non fornisce dati chiari nemmeno su quante siano le moschee in Italia: a dicembre 2015 uno studio ne nominava sei (Roma, Segrate, Colle Val d’Elsa, Ravenna, Palermo e Catania), scese poi a quattro nelle dichiarazioni di aprile del ministero dell’Interno Angelino Alfano. I cantieri aperti sono almeno altrettanti: ce ne sono due previste nel bando del 2014 del Comune di Milano per i nuovi luoghi di culto, una a Sesto San Giovanni, un’altra a Brescia, più altre due a Torino e Bergamo, ferme perché le casse sono rimaste all’asciutto.

A ben vedere l’unica moschea d’Italia giuridicamente riconosciuta tale è la Grande Moschea di Roma, la prima e l’unica che ha un ente gestore – il Centro Islamico Culturale d’Italia – registrato con lo status giuridico di ente morale, nel 1974. Le altre hanno invece solo le caratteristiche architettoniche della moschea (primo tra tutti almeno un minareto), ma come status giuridico vivono ancora in un limbo. “La Grande moschea di Roma è una moschea delle elité, una moschea della politica e del dialogo ufficiale con la Chiesa Cattolica”, puntualizza l’islamista Branca. Non certo un luogo di popolo: i fedeli di Roma frequentano maggiormente lo scantinato di Centocelle piuttosto che il luogo di culto ufficiale.

Bergamo, 2 anni fa 5 milioni per la moschea. Mai costruita
Le ultime grandi moschee, quelle in procinto di essere realizzate, sono ferme. Neppure iniziate sono diventate oggetto della discordia, sia per motivi politici che per le divisioni che da sempre caratterizzano la galassia delle comunità radicate in Italia. Oltre al caso arcinoto di Milano, dove la guerra per la moschea è finita a carte bollate paralizzando il progetto, tiene banco quello di Bergamo dove la fondazione del Qatar ha fatto arrivare cinque milioni di euro, un quinto di tutto il denaro destinato ai progetti italiani. Doveva diventare uno dei luoghi di culto più grandi e importanti del Paese. I soldi sono arrivati due anni fa ma della moschea non c’è traccia. Erano affidati al Centro Culturale Islamico, l’associazione fondata dal medico giordano Imad El Joulani, sede dell’unica moschea al momento riconosciuta in città. Che viene però denunciato dal suo vice e dai vertici dell’Ucoii per appropriazione indebita. Sulla vicenda indagano la locale Procura e la Digos, anche per chiarire l’esatta origine dei fondi depositati su conti ora sequestrati.

Ipotesi concordato
Come coniugare il diritto di culto con le esigenze di sicurezza? Il dibattito recentemente si è concentrato sulla possibilità di arrivare a un concordato con i rappresentanti delle comunità islamiche in Italia che consentirebbe allo Stato di pretendere il rispetto di requisiti di trasparenza e controllo che finora hanno incontrato resistenza, come la predicazione in lingua italiana o criteri selettivi per gli imam per scongiurare il rischio dell’indottrinamento radicale. E le comunità, una volta riconosciute come confessioni dallo Stato, potrebbero accedere ai fondi dell’8Xmille potendo così finanziare i propri centri senza dipendere dalla generosità, non sempre disinteressata, di qualche Paese “benefattore”. Un dialogo che stenta a partire e potrebbe invece iniziare proprio dalla trasparenza che a ben vedere è tema comune. Da noi passa per leggi e norme ma mille anni fa Tirmidhi, un grande imam, studioso tradizionalista del Corano raccomandava: “Nessuno passa il giorno del giudizio prima di rispondere sulla propria ricchezza da dove se l’è procurata e come l’ha spesa”. Anche per i musulmani è dunque un valore scritto nel Corano. Ma il precetto non sempre è applicato.