I fatti: il 16 maggio scorso, la multinazionale svedese Ericsson Telecomunicazioni indica, sul piano industriale, la necessità di adeguamento degli organici. 385 esuberi sul territorio nazionale, cifre che purtroppo si aggiungono a quelle degli anni precedenti per un totale di 13 procedure di licenziamento collettivo dal 2007 ad oggi. I siti maggiormente interessati sono quelli di Roma, Genova, Napoli, Milano e Pisa, ma la lotta più dura sembra essere quella genovese (nove scioperi a fronte di un solo sciopero romano). Ma andiamo oltre.

Il problema non è “solo” occupazionale. I lavoratori lo stanno ripetendo da mesi fino allo sfinimento, eppure in pochi sembrano interessati ad ascoltarli.

Ho parlato con un lavoratore in questi giorni. Progettista di software, appassionato del lavoro per il quale ha studiato e continua a studiare affinché il suo livello di competenze sia sempre in corsa. “Il concetto che sembra non passare è che se uno come me sta fermo anche solo sei mesi o un anno è fuori dai giochi – spiega – È come se dal punto di vista delle competenze ne perdessi dieci”.

A lui preme far sapere che sta lottando con dignità per continuare a fare il suo lavoro, ma non solo: “Perché se la gente non sa cosa fa nella pratica un colosso come Ericsson e cosa potenzialmente è in grado di sviluppare nel nostro Paese, non può rendersi conto di quanto possa incidere sulla competitività nazionale il fatto di continuare a perdere risorse umane nel settore strategico delle telecomunicazioni”.

E vuole assolutamente trovare un modo semplice per spiegarlo: “Hai presente i binari dei treni, la rete ferroviaria, con tutti i mezzi di smaltimento automatico, controllo automatico, ecc? Ecco, immagina che la gestione dei binari, sia l’azione sotterranea che Ericsson fa nell’ambito delle telecomunicazioni. E che se Ericsson è colei che gestisce i binari, la segnalazione, il ritmo degli scambi e delle coincidenze, Telecom, Vodafone e gli altri sono quelli che utilizzano Ericsson per dare servizi”.

Ericsson permette ai gestori di metterci il treno sotto il sedere per poter andare dove vogliamo, o, meglio ancora, permette ai dati, di viaggiare su quel treno in lungo e in largo a una velocità inconcepibile per chi non è del settore. 

“Se un sito strategico come quello di Genova dovesse chiudere, di certo non si interromperebbero tutte le telecomunicazioni del mondo! Ma quelle telecomunicazioni potrebbero viaggiare su infrastrutture create in altri paesi”. 

Siamo al punto nodale. Ecco perché non è “solo” una questione di occupazione, e non è “soltanto” una questione locale o provinciale, ma nazionale: “Il problema è che, in questa situazione, l’Italia non rischia di perdere soltanto Ericsson ma anche e soprattutto le competenze di un settore strategico”.

Nel frattempo… il 28 luglio è scaduta la prima fase utile di accordo tra le parti per scongiurare i licenziamenti, e mentre il governo latita, Ericsson investe in Spagna per la gestione della fibra ottica.

Nel frattempo… il 6 luglio il governo prende parte sorridente all’evento Ericsson “Giovani innovazione crescita” mostrandosi disponibile nei confronti di una multinazionale che nell’ultimo decennio ha proposto licenziamenti collettivi per circa 2000 unità, e che sta per trasferire all’estero l’importante area della ricerca e sviluppo.

Nel frattempo… il 29 luglio, Stefano Quaranta (parlamentare genovese di Sel) chiede chiarimenti al governo in merito alla vertenza e ai finanziamenti pubblici erogati negli anni a Ericsson; Ivan Scalfarotto, sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico, risponderà all’interpellanza come fosse un notaio annoiato, e ciò che viene accertata è che per i finanziamenti pubblici a Ericsson, non erano previsti vincoli a tutela dell’occupazione.

Nel frattempo… ai lavoratori restano ancora 30 giorni scarsi per capire se scatteranno le lettere di licenziamento, e proprio oggi a Roma è previsto un incontro tra le parti, convocate dal ministero del Lavoro e purtroppo non da quello dello Sviluppo economico. Ciò che al momento è certo, è che il governo è miope, e che di tutta questa storia si sa troppo poco. Tutto troppo circoscritto agli organi di informazione locali delle aree interessate.

È una denuncia la mia, ma anche un appello, perché non può esserci ancora un silenzio così assordante sulla vertenza Ericsson e sul comportamento dell’ennesima multinazionale che prima attinge alle risorse del territorio per poi avviare un processo evidente di delocalizzazione, senza pagare dazio.