Riconoscere il malessere prima che esploda. Perché guerre, viaggi della speranza, prigione, torture o anche solo lo rottura con la propria terra di origine non può non avere conseguenze psicologiche. Solo che è difficile riconoscere e curare i sintomi del disagio mentale di qualcuno che è in un barcone in mezzo a migliaia di altre persone, a cui si cerca in primis di salvare la vita. È impossibile, poi, se nelle strutture di accoglienza non c’è personale specializzato. Psicologi e psicoterapeuti in grado di seguire durante l’accoglienza i rifugiati. A due giorni dalla strage di Monaco è stato un rifugiato siriano, non lontano da Stoccarda, a uccidere una donna a colpi di machete. E, nello stesso giorno, è stato un richiedente asilo anche lui siriano a farsi esplodere nel centro di Ansbach, a 40 chilometri da Norimberga. Aveva tentato il suicidio due volte ed era stato ricoverato in uno ospedale psichiatrico. Questi episodi si possono evitare? In Italia i centri di accoglienza possono fornire un’assistenza psichiatrica adeguata? La maggior parte dei richiedenti asilo in Italia viene ospitato dai Centri di accoglienza straordinaria. “La situazione è molto diversa da regione a regione e, anche all’interno della stessa città spesso si trovano realtà molto diverse l’una dall’altra” spiega a ilfattoquotidiano.it Rosamaria Vitale, medico chirurgo e psicoterapeuta, con una lunga esperienza alle spalle nell’accoglienza ai migranti. Oggi collabora con ‘Medici Volontari italiani’ e presta servizio sulle navi di Mare Nostrum, all’Hub (centro di accoglienza e smistamento) della stazione centrale di Milano e, attraverso una cooperativa, in un altro centro di Busto Arsizio.

Il rapporto coi ‘traumi ignorati’ – Il disagio mentale che vivono i profughi è stato oggetto di un dossier presentato proprio nei giorni scorsi da Medici senza Frontiere, frutto di una ricerca condotta in Italia tra luglio 2015 e febbraio 2016 in vari Centri di accoglienza straordinaria (Cas) di Roma, Trapani e Milano e dei dati raccolti durante le consultazioni realizzate nei Cas di Ragusa tra il 2014 e il 2015. “Tra i soggetti analizzati nello studio, il 60,5% mostrava problematiche di salute mentale – si legge nel rapporto – e, tra quelli presi in carico da Medici senza Frontiere, il 42% presentava disturbi compatibili con il disordine da stress post traumatico, il 27% soffriva d’ansia, il 19% di depressione”. E si tratta di persone con un’età media di 23-24 anni. E se molti di loro hanno affrontato situazioni drammatiche nei loro Paesi d’origine, è anche vero che “tra i pazienti presi in carico – rileva la ricerca – l’87% ha dichiarato di soffrire per le difficoltà legate alle condizioni di vita attuali”. Le cause del disagio nella vita post-migrazione? “La mancanza di attività quotidiane, la paura per il futuro, la solitudine e il timore per i familiari lasciati nel Paese di origine rappresentavano le principali problematiche”. Il confronto tra il gruppo di richiedenti asilo che mostrava disturbi di salute mentale e quello che non mostrava alcun disturbo ha permesso di rilevare un altro aspetto: la probabilità di avere disagi psicopatologici è risultata di 3,7 volte superiore tra i richiedenti asilo che avevano subìto eventi traumatici.

L’esperienza sul campo – La psicoterapeuta Rosamaria Vitale ha insegnato alla scuola di Psicoterapia transculturale fondata a Milano dalla professoressa Rosalba Terranova, insieme alla quale è autrice del libro ‘Accogliere il Migrante, tecniche di psicologia transculturale in situazioni di emergenza’. Secondo il medico, accorgersi del disagio si può e in Italia c’è chi lo fa, anche se le poche risorse a disposizione e l’alto numero di profughi che continuano ad arrivare sulle coste italiane spesso non consente di seguirli a uno a uno. Fondazione Progetto Arca e altre 14 associazioni tra cui Medici volontari italiani e Albero della Vita gestiscono l’hub di Milano che è il primo punto di accoglienza per i migranti, “dove ci sono due medici – spiega la psicoterapeuta – ed io che mi occupo anche di seguire alcuni casi che richiedono un supporto psicologico, ma non in tutti i centri di accoglienza è obbligatoria la presenza di uno psicologo”.

A Milano esiste una rete di accoglienza molto più forte rispetto ad altre realtà: “Ci sono sei centri della rete Sprar per richiedenti asilo e rifugiati, una trentina di Cas, tre ambulatori e al Niguarda c’è un ottimo centro di psicoterapia con un reparto dedicato agli immigrati”. Ma ci si può accorgere che qualcosa non va? “In una prima fase si tendono a privilegiare altri tipi di controllo medico – spiega –  ma se ci sono dei casi di schizofrenia acuta, vengono segnalati già all’arrivo”. Basti pensare al caso di Adam Kabobo, il ghanese di 34 anni che nel maggio 2013 uccise tre passanti a colpi di piccone, nel quartiere Niguarda. “La diagnosi era già stata fatta tre anni prima ed era stato in un ospedale psichiatrico in Svizzera” racconta il medico, sottolineando che il problema in molti casi “non è tanto la diagnosi, quanto la difficoltà oggettiva di seguire tutte queste persone”. E se anche a Milano negli ultimi mesi sono state molte le difficoltà organizzative da superare per far fronte all’emergenza e al crescente numero di richiedenti asilo, la situazione è ancora più complessa laddove non ci sono risorse.

Il sistema accoglienza – Nel suo rapporto Medici senza Frontiere tira le somme su un sistema di accoglienza che ha diverse lacune: “Un sistema – scrive l’associazione – che, di fronte a una popolazione particolarmente disagiata, risponde in maniera emergenziale, senza un’adeguata preparazione”. In molti casi, ad esempio, non esiste uno screening attivo per valutare la necessità di un supporto della salute mentale tra gli ospiti dei centri. “I servizi sanitari territoriali spesso mancano di competenze e risorse necessarie – spiega Medici senza Frontiere – e non sono ancora in grado di riconoscere i segni del disagio”. Non solo: sono sporadiche, quando non del tutto assenti, figure come quella del mediatore culturale e la permanenza presso i centri è prolungata e sovente fonte di ulteriore disagio”. Eppure in Italia c’è chi prova a lavorare per migliorare la situazione. “A Busto lavoro in un centro con 120 immigrati e li conosco ormai tutti, dunque è più facile seguire chi ha crisi di panico, piange, ha incubi o è in depressione. Alcuni non vogliono parlare, ma poi se vengono seguiti si aprono” spiega Rosamaria Vitale. “Ho seguito il caso, ad esempio, di un ragazzo dello Sri Lanka – dice – che in carcere aveva subìto torture per otto anni, poi era andato in Svizzera dove aveva tentato il suicidio. Arrivato in Italia era molto depresso, ma ora sta molto meglio. Di casi così ce ne sono tanti, solo che c’è molto ancora da fare”.