Alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 ci sarà anche la Russia. Nonostante le accuse di doping di Stato del “rapporto McLaren, il Cio ha deciso di non escludere la nazionale di Mosca dai Giochi. Niente squalifica in blocco, la palla passa alle singole Federazioni che dovranno deliberare sulla partecipazione degli atleti in maniera individuale. Anche se molte Federazioni importanti, dal nuoto alla scherma passando per il judo, si sono già pronunciate in favore della presenza russa in Brasile. Con la sola eccezione dell’atletica leggera, la disciplina più coinvolta dallo scandalo su cui c’è già stato un pronunciamento del Tas, saranno dunque Giochi “normali”.

Si tratta probabilmente dell’ultimo capitolo del “più grande scandalo di corruzione dello sport moderno”, come lo aveva definito il presidente della Wada, Richard Pound. Nato come una serie di casi di positività coperti, mazzette ed estorsioni all’interno della Iaaf, e diventato in breve tempo un vero e proprio sistema di doping di Stato, con il coinvolgimento dei servizi segreti e delle istituzioni. Montato al punto da arrivare a mettere in discussione la partecipazione di tutta la nazionale ai Giochi di Rio de Janeiro 2016. Questa era la prospettiva spalancata dall’ultima sentenza con cui il Tas, dando ragione alla Iaaf, aveva sancito il principio della responsabilità oggettiva degli atleti russi, passibili di esclusione per il semplice fatto di esser stati controllati da un sistema antidoping corrotto, pur senza alcuna imputazione diretta. Dal momento che il rapporto McLaren (il dossier redatto dalla commissione indipendente della Wada) aveva dimostrato il coinvolgimento di tutto il comitato russo e di venti discipline differenti, non solo dell’atletica, ecco che l’ipotesi di un bando dell’intera nazionale si era fatta molto concreta.

Dopo giorni di tensione (e di contatti con Mosca: si parla anche di una telefonata diretta fra il capo del comitato olimpico internazionale Bach e Vladimir Putin), il Cio ha deciso di non decidere: nessun bando diretto nei confronti della Russia. L’ultima parola spetterà alle Federazioni: l’assenza di positività ai test “non sarà considerata sufficiente come criterio di partecipazione”; le Federazioni dovranno valutare caso per caso il profilo anti-doping di ogni atleta, che non dovrà essere in alcun modo ricollegabile allo scandalo.

Insomma, una sentenza pilatesca che apre le porte dei Giochi a buona parte dei 387 russi convocati dal Comitato di Mosca: senza un’indicazione forte e diretta dal vertice, si può immaginare che qualcuno non passerà il frettoloso setaccio delle Federazioni (ci sono pochi giorni per decidere su centinaia di casi), ma la maggior parte di loro andrà a Rio. Dove non ci sarà invece Yulia Stepanova, la mezzofondista russa squalificata per doping dal 2013 al 2015, dalle cui rivelazioni era nata tutta l’inchiesta della Wada. Lei era una delle due atlete (insieme a Darya Klishina) a cui la Iaaf aveva concesso un lascia passare per “l’eccezionale contributo allo sport”; ma la sentenza del Cio stabilisce che non potranno essere ammessi tutti gli atleti russi che in passato hanno ricevuto squalifiche per doping. Anche se sono state scontate. Alla fine alle Olimpiadi non andrà proprio chi è stato controllato e scoperto, ha pagato per i suoi errori e ha pure collaborato con le indagini. In compenso il Cio “esprime a Yulia Stepanova il suo apprezzamento per la lotta contro il doping e per l’integrità dello sport, e la invita ai Giochi olimpici di Rio de Janeiro 2016”. Come spettatrice. L’ennesimo paradosso di una vicenda torbida che non può avere giustizia.

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