Domani la “Buona Scuola” compie un anno. Era il 13 luglio del 2015 quando veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’unico articolo composto da 212 commi. In 365 giorni cos’è cambiato ma soprattutto cosa non è cambiato nelle aule delle nostre scuole?

Sarebbe disonesto non ammettere che dopo anni la scuola è entrata a far parte della priorità dell’agenda politica del governo, in primis del premier. Sarebbe altrettanto scorretto non ammettere l’impegno del Ministero dell’istruzione su alcune partite in modo particolare.

E’ indubbio che finalmente sul digitale ci siano delle risorse, c’è un piano d’investimento con dei tempi da rispettare, c’è l’’idea di trasformare le aule in ambienti digitali e la concreta azione di cablare con la rete wi-fi il 90% delle scuole entro il 2018. Così come è corretto riconoscere il lavoro dell’unità di missione di palazzo Chigi sull’edilizia: oggi c’è una governance, una programmazione nazionale di interventi, una maggiore continuità delle risorse assegnate e l’avvio (anche se timido) di un processo di progettazione della scuola del futuro.

Non si può non riconoscere anche quanto è stato fatto sull’alternanza scuola/lavoro, seguito in modo particolare dal sottosegretario Gabriele Toccafondi: le esperienze prodotte dei ragazzi sono il risultato più bello della Legge 107.

Dato atto di questi traguardi i primi 12 mesi della “Buona Scuola” hanno bisogno di un serio tagliando. La macchina va rivista in alcuni punti.

1) L’assenza di un progetto pedagogico dietro la Legge rende debole ognuno dei 212 commi. Non c’è mai un solo riferimento a Maria Montessori, ad Alberto Manzi, a don Lorenzo Milani, a Mario Lodi, a Pestalozzi o a qualche altro pedagogista. Il caso più eclatante riguarda i voti: hanno deciso di passare dai numeri alle lettere senza porsi alcun problema di tipo pedagogico ovvero senza capire se servono ancora.

2) Renzi e la Giannini vantano 90 mila insegnanti assunti nel 2015. Ma chi sono questi docenti? Chi li ha formati? La fondazione “Giovanni Agnelli” ha sottolineato più volte come il piano straordinario ha messo in ruolo 90.000 docenti – quasi tutti delle Gae, molti dei quali non insegnavano da tempo o non avevano mai insegnato – senza alcuna verifica delle loro effettive ed attuali capacità didattiche.

3) La Legge sulla Buona Scuola ha aumentato la burocrazia. Un esempio: la carta del docente con la quale ogni insegnate ha potuto provvedere al proprio aggiornamento professionale non è mai arrivata e nemmeno i chiarimenti in merito alla spesa. Per rendicontare la spesa di 500 euro ho dovuto compilare quattro fogli. Altra burocrazia si è resa spesso necessaria per il famoso bonus merito con la compilazione di questionari predisposti dai dirigenti per attribuire punti. Ancora: chi come me ha superato l’anno di prova si è trovato a ritirare un certificato cartaceo a dimostrazione della formazione effettuata. In provincia di Cremona così hanno stampato più di 400 certificati ritirati a mano dai neoassunti. Viva la digitalizzazione!

4) Il bonus per la valorizzazione del personale docente ha creato una discriminazione assurda tra docenti in quanto è assegnato solo agli insegnanti di ruolo. Non solo: non essendoci delle linee guida nazionali, l’autonomia di ogni singolo istituto ha creato valutazioni diverse da scuola in scuola, creando in alcuni casi una distribuzione a pioggia del fondo, un meccanismo a rotazione o peggio ancora una divisione alla democristiana.

5) Il processo di formazione attraverso la piattaforma Indire dei neoassunti ha costretto migliaia di persone a compilare in maniera retorica e ripetitiva schede e questionari. Spesso gli uffici scolastici provinciali si sono trovati ad interpretare l’idea del legislatore senza avere elementi chiari in mano. Non solo al Ministero qualcuno ha ideato il “peer to peer” ovvero 4 ore in cui il tutor avrebbe dovuto partecipare alle lezioni del neoassunto e altre 4 il contrario. Peccato che nessuno abbia pensato che se io mi assento per andare a lezione dal mio tutor qualcuno deve andare in classe al posto mio. Inoltre quanto si è speso per i formatori?

6) I decreti delegati riguardano partite importanti: dall’inclusione sulla disabilità alla valutazione, al diritto allo studio, alla promozione della cultura umanistica, musicale coreutica etc: su questi decreti da mesi è calato il mistero. L’opinione pubblica (e quindi anche gli addetti ai lavori) non hanno potuto partecipare ad un dibattito su materie così decisive per il sistema d’istruzione. Il trucco del Governo è funzionato perfettamente: parlare di queste questioni in sede di approvazione della Legge avrebbe allungato i tempi ma aperto un dibattito necessario. Meglio usare la via della delega e non rischiare confronti.

7) La Legge sulla “Buona Scuola” non ha messo mano alla questione della revisione degli organi collegiali dando il contentino ai genitori attraverso la partecipazione al comitato di valutazione.

8) La 107 non ha avuto il coraggio di mettere mano all’anello più debole del sistema d’istruzione italiano: la scuola secondaria di primo grado.

9) Il ruolo del dirigente scolastico è stato sovradimensionato. Oggi il “preside” ha una serie di ruoli che vanno dalla legale rappresentanza, alla gestione dell’istituto, alla responsabilità della gestione finanziaria, al coordinamento delle risorse umane, all’organizzazione dell’attività didattica, ai rapporti con il territorio e a quelli con i genitori. Più che sceriffo, si tratta di un dirigente superman!

10) La “Buona Scuola” ha dimenticato una parte importante della scuola che va valorizzata e formata: i collaboratori scolastici.