In Calabria la ricchezza prodotta diminuisce con il calo dei reati (2014/2013: valore aggiunto a prezzi correnti -1,4%; totale reati -1,1%), ma nello stesso tempo, con l’aumento dei reati (+2,7%), cresce la disoccupazione (+7,7%). Sembra un gioco di numeri e parole, ma questo è il quadro dipinto dal primo rapporto di Unioncamere Calabria “L’illegalità economica e la sicurezza del mercato in Calabria”, realizzato in collaborazione con l’Istituto G. Tagliacarne, che cerca di valutare il livello di distorsione delle regole della concorrenza e la conseguente alterazione della sicurezza del mercato in una Regione nella quale, a causa dell’elevata presenza della criminalità, è facile che si creino legami più intensi fra crescita e malavita.

Nel 2014, secondo il rapporto, dei reati denunciati, quelli di matrice economica rappresentano il 17,8% (Italia 14%): di questi il 36,6% riguarda le frodi e i delitti informatici, in linea con la media nazionale; il 36,4% riguarda minacce, estorsioni, usura, spia della presenza della criminalità (Italia 23,9%); seguono i furti in esercizi commerciali (12,6%) e i reati di ricettazione (6%). Rispetto al 2013, aumentano i furti di merci di valore (opere d’arte e materiale archeologico: +71%), gli incendi boschivi (+57,5%), i reati commerciali (contraffazione, violazione della proprietà intellettuale, contrabbando: +26,9%); la ricettazione (+12,2%).

Ma veniamo ai reati ambientali: le infrazioni accertate in Italia nel 2014 si concentrano soprattutto in Puglia, con una crescita record del 53,5% sul 2013; seguono Sicilia e Campania. Al quarto posto la Calabria, con oltre 2,7 mila infrazioni accertate, pari al 9,3% del totale nazionale. Ma, le prime tre province in Italia per questi reati sono calabresi, con in testa Vibo Valentia, seguita da Crotone e Reggio Calabria. Le varietà dell’illecito, oltre all’inquinamento incontrollato, riguardano il ciclo del cemento, la realizzazione, con metodi corruttivi, e la gestione di infrastrutture per la generazione di energia sostenibile (si pensi all’eolico); la gestione di impianti ambientali (traffico dei rifiuti speciali e delle discariche abusive); il traffico di animali e fauna selvatica.

Secondo il 40,4% delle imprese calabresi intervistate da Unioncamere, confrontate con una analoga rilevazione nazionale, si utilizza in modo non sostenibile il territorio calabrese; mentre il 23,8% pensa che l’illegalità ambientale, legata ai reati del ciclo del cemento, comporti anche la generazione del rischio idrogeologico, come i fatti di cronaca ci confermano e come ci conferma il Dossier di Legambiente “Ecosistema Rischio 2016” secondo il quale in Calabria il 99,8% dei comuni presenta aree esposte a pericolo di frane o alluvioni.

Ma quali malattie affliggono l’economia calabrese? Secondo il 61,2% delle imprese il primo male è la corruzione. Segue il riciclaggio (Calabria 28,5%; Italia 13,2%). Al terzo posto ci sono le frodi finanziarie (Calabria 24%; Italia 25,7%) e il lavoro sommerso (Calabria 22,6%; Italia 21,2%). Ma i settori nei quali le regole del mercato sono maggiormente alterate sono i lavori pubblici (Calabria 62,9%; Italia 59,6%) e l’edilizia (Calabria 44,3% e l’Italia 49,7%).

Un sistema illegale questo del quale il 32,9% degli imprenditori si sente vittima e che si traduce in intimidazioni, in richieste di denaro, in imposizione di forniture e di personale. Ma a subire minacce sono anche i politici e gli amministratori, ambito nel quale ancora una volta le province calabresi spiccano, posizionandosi tutte entro le prime 10 della graduatoria italiana. Tanto che Reggio, Cosenza, Catanzaro, Vibo e Crotone detengono un quarto delle minacce ed intimidazioni denunciare nel periodo 2010-2014. Naturale conseguenza è che il 53% dei comuni sciolti per mafia in Italia dal 2010 al 2015 sia calabrese. Un’illegalità questa che causa, secondo le imprese, disoccupazione, inefficienza della spesa pubblica, minori investimenti, una manodopera meno qualificata, un’inadeguata offerta di servizi.