Sono come addormentate, ma pronte all’uso, se necessario. Un autentico tesoretto per l’organismo. Rappresentano una delle frontiere della cosiddetta medicina rigenerativa. Sono le cellule staminali muscolari. I ricercatori della Stanford University School of Medicine hanno imparato a metterle in sonno – uno stato che definiscono di quiescenza – e, all’occorrenza, a risvegliarle. L’obiettivo, in un futuro non troppo lontano, è potere utilizzare questa riserva di staminali in standby come veri e propri pezzi di ricambio per il corpo, colpito da malattie genetiche come le distrofie muscolari, o traumi e lesioni gravi.

A guidare il team di ricerca Usa, che ha pubblicato il proprio studio su Nature Biotechnology, anche uno scienziato italiano, Marco Quarta, uno dei tanti studiosi italiani che sanno farsi valere all’estero. “Siamo riusciti a realizzare una nicchia artificiale che preserva la quiescenza delle cellule staminali muscolari, e aumenta la loro efficacia terapeutica”, si legge nello studio. Nel muscolo, infatti, le staminali, cellule bambine ancora indifferenziate, riescono a conservare la propria capacità di trasformarsi in fibre muscolari. Ma appena si prova ad allontanarle dal proprio habitat naturale e a farle crescere in laboratorio, le cellule tendono, nel giro di poche ore, a perdere questa potenzialità. La loro identità di staminali scompare. Ed è qui che sono intervenuti gli scienziati del prestigioso centro Usa, riuscendo a congelare le lancette del tempo di queste versatili cellule.

“Normalmente questo tipo di staminali amano stare abbracciate alle fibre muscolari. Quando noi rompiamo questa interazione – spiegano i ricercatori di Stanford -, le cellule diventano attive e iniziano a dividersi, perdendo così le loro caratteristiche di staminali. Abbiamo, quindi, disegnato una struttura artificiale che ricorda in tutto e per tutto una fibra muscolare. Quando la immergiamo in un terreno di coltura, una zuppa di molecole e nutrienti adeguata alla loro sopravvivenza – chiariscono gli esperti – scopriamo che queste cellule mantengono intatta la loro capacità rigenerativa”.

Per ottenere questo risultato, Marco Quarta e i suoi colleghi hanno dovuto prima individuare i geni che fanno addormentare le staminali, e quelli che danno loro il comando di riattivarsi e iniziare a dividersi. Accendendo o spegnendo i geni giusti, gli studiosi sono così riusciti a mantenere le cellule dormienti anche lontano dal corpo. Lo studio, condotto per il momento solo sui topolini di laboratorio, apre la strada a future terapie contro malattie genetiche muscolari. Gli scienziati stanno, infatti, lavorando alla possibilità di prelevare staminali dai muscoli di pazienti colpiti, ad esempio, da distrofia, e utilizzarle per correggere il difetto ereditario. “Il prossimo passo – concludono gli studiosi di Stanford – è modificare le staminali attraverso la terapia genica, e trapiantarle di nuovo nel paziente, per vedere se sono efficaci nel rigenerare tessuti muscolari sani”.

L’Abstract dello studio Usa