Mentre il Ttip naviga in alto mare, condizionato anche dalle prossime elezioni americane, è il trattato di libero scambio tra Europa e Canada ad aver guadagnato la scena nei corridoi di Bruxelles. E l’esito del referendum britannico sull’uscita dall’Unione europea, tagliando fuori uno dei Paesi chiave dei negoziati, ha avuto l’effetto di radicalizzare le diverse posizioni che gli Stati membri e le istituzioni europee avevano espresso fino a ora. La ratifica del Ceta, acronimo che sta per Comprehensive economic and trade agreement, potrebbe infatti non passare dai Parlamenti nazionali, secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nel corso del meeting con i capi di Stato del 28 giugno. La Commissione si prepara a proporre martedì 5 luglio una procedura di approvazione “Eu-only”, che consentirebbe di mandarlo in porto grazie ai soli voti favorevoli dei rappresentanti degli Stati membri al Parlamento europeo.

Il negoziato tra Ue e Canada è stato chiuso nel 2014 e adesso il testo è in corso di analisi da parte dei tecnici di Bruxelles, che lo presenteranno al Consiglio Ue e al Parlamento europeo per approvarlo entro l’anno e renderlo effettivo dal 2017. L’obiettivo del commissario al commercio Cecilia Malmstrom è di arrivare al momento della visita a Bruxelles del primo ministro canadese Justin Trudeau, già pianificata per la fine di ottobre, con l’accordo in tasca e pronto per la controfirma. Ma il percorso appare tortuoso e non tutti sono d’accordo, a partire da Germania e Francia. Il vicecancelliere e ministro tedesco dell’Economia Sigmar Gabriel è stato chiaro: “Senza l’approvazione del nostro Parlamento, niente via libera della Germania al Ceta”. Stessi toni sono stati usati dal segretario di Stato per il commercio estero francese Matthias Felk.

Il Parlamento regionale della Vallonia ha già comunicato il proprio dissenso. Bulgaria e Romania oppongono all’approvazione del trattato la politica canadese degli accessi al Paese, che configura la necessità di visto per i propri cittadini per entrare in Canada. E anche l’Austria esprime forti perplessità. Il cancelliere Christian Kern ha dichiarato che oltre a legislazioni e procedure c’è la realtà politica che, dopo il voto sulla Brexit, rende inopportuna un’approvazione del trattato che scavalchi i Parlamenti nazionali. “Se si opera sul Ceta in questo modo, non ho dubbi che il Ttip verrà seppellito”, ha aggiunto.

Completamente diverso l’approccio italiano. Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, in una lettera indirizzata al commissario Malmstrom e intercettata dalla campagna Stop Ttip Italia, aveva offerto il sostegno del nostro Paese alla proposta di ratifica esclusivamente europea. “L’Italia considera il Ceta un accordo miliare, il cui fallimento potrebbe avere conseguenze negative per la politica commerciale dell’Unione Europea e per la credibilità dell’Europa quale partner commerciale affidabile”, ha scritto Calenda, chiarendo che l’Italia, dopo una verifica tecnica e politica, non ritiene che il Ceta sia un accordo misto.

Si tratta di un punto nevralgico: quando l’Ue, in virtù del carattere incompleto delle sue competenze, negozia o conclude un accordo internazionale, può trovarsi a dover chiedere le firme anche dei propri Stati membri per rispondere agli ambiti di pertinenza nazionale esclusivi o concorrenti. “Il Ttip è sicuramente misto, il Ceta no. Ue deve avere mandato chiaro su trade altrimenti viene meno forza e credibilità”, ha twittato Calenda. E nel caso di procedura “Eu-only” basterebbe la maggioranza qualificata del Parlamento europeo. Viceversa ci sarebbe bisogno di una risposta positiva da parte delle 38 assemblee nazionali dei 28 (o 27) Stati membri.

Con l’abolizione del 98% delle tariffe tra i due partner, la Commissione europea e il Canada dichiarano che l’accordo incrementerà il commercio del 20 per cento. Il trattato ha le sembianze del Nafta, l’accordo commerciale nordamericano, che permette la libera circolazione di beni e servizi, ma non di persone e capitali, ma è stato definito anche il “fratello minore” del Ttip, col quale condivide alcuni punti critici. La tutela delle definizioni di origine protetta (Dop) e delle Indicazioni geografiche tipiche (Ig) è uno di questi. Il trattato proteggerà infatti solo 173 prodotti europei registrati a fronte dei quasi 1.500. Per l’Italia saranno protetti 41 prodotti, a fronte dei 275 registrati a livello europeo. C’è il pomodoro di Pachino, per esempio, ma mancano il San Marzano e il pomodorino del Piennolo. Mentre la sola mozzarella a essere protetta sarà quella di Bufala campana. L’accordo si basa sui singoli prodotti e dunque non saranno ammessi nuovi riconoscimenti, a eccezione di prodotti non ancora esistenti. Calenda e l’Aicig, l’Associazione italiana consorzi indicazioni geografiche, hanno salutato l’accordo con il Canada, Paese basato sul sistema del marchio d’impresa e non sulle denominazioni di origine, come un successo, in grado di fornire slancio a una simile proposta anche per il Ttip.