Le partite più bella della storia del tennis si sono giocate a Wimbledon. Borg contro McEnroe, Federer contro Nadal, ovviamente Sampras e Becker. Ma anche l’iconico successo di Arthur Ashe, il primo nero nel tempio del bianco. Il match più lungo di tutti i tempi tra Mahut e Isner nel 2010, durato oltre 11 ore nell’arco di tre giorni. O l’incredibile trionfo di Goran Ivanisevic nel 2001, che ancora oggi a rivederlo restituisce un po’ di fiducia nella capacità del destino a riparare le ingiustizie della vita. Ogni sfida si è consumata e decisa qui, ogni partita indimenticabile di questo sport è legata all’erba (più o meno) verde di Londra. Il mito di Wimbledon le ha generate e continua ad alimentarsene, anno dopo anno, con nuovi momenti storici : nel 2013 l’impresa di Murray che ha spezzato la maledizione del Regno Unito nel torneo di casa; ora magari Djokovic, che cerca un altro tassello, il penultimo, del Grande Slam.

Difficile fare un elenco delle edizioni migliori di Wimbledon : i Championships sono sempre speciali. Ma senza dubbio nell’Era Open ci sono state alcune partite che più di altre sono rimaste nell’immaginario collettivo. Quelle, ad esempio, che hanno segnato l’inizio o la fine dei grandi cicli che hanno caratterizzato l’andamento di questo torneo unico. Il decennio degli australiani a cavallo tra Anni Sessanta e Settanta, interrotto solo da Manolo Santana nel ’66. Poi il lustro di Borg e quello di McEnroe, prima di arrivare negli Anni Novanta alla dittatura di Pete Sampras. Sette edizioni vinte tra il ’93 e il 2000, con la pausa del 1996 e dell’olandese Richard Krajicek : solo testa di serie n. 17, mai campione di nulla né prima né dopo, ma capace di eliminare in tre set nei quarti di finale il dominatore assoluto dell’erba.

Quella edizione resta ancora oggi una delle più grandi sorprese di tutti i tempi. Ma non rappresentò la fine del ciclo di Sampras, solo una parentesi. L’americano avrebbe vinto ancora, per archiviare la sua epoca sarebbe dovuto arrivare un ragazzino timido dalla svizzera, con una coda di cavallo inguardabile e un talento smisurato : Wimbledon 2001, il torneo in cui Roger Federer si è rivelato al mondo, sconfiggendo Sampras agli ottavi di finale, in quello che col senno di poi sarebbe diventato il passaggio di consegne tra i due più grandi campioni del tennis contemporaneo.

Di staffette e scontri generazionali ce ne sono stati anche in campo femminile. Nel 1988, quando una giovanissima Steffi Graf, appena maggiorenne, batteva la regina Martina Navratilova. Poi negli Anni Duemila il lungo dominio delle sorelle Williams, che continua tutt’ora con Serena. Loro hanno raccolto l’eredità di Arthur Ashe : il suo successo nel 1975, in un’altra epoca, fu molto più che una semplice affermazione sportiva. Un po’ come, per altri versi, il trionfo nel 2013 di Andy Murray:  “The Waiting is over”, il ritorno di un britannico sul trono di Londra 77 anni dopo Fred Perry. Un evento atteso per decenni e celebrato per giorni da una nazione intera. Anche se la memoria di Wimbledon è e rimarrà sempre legata a due partite in particolare, che rappresentano da sole un po’ tutta la storia del tennis moderno: 6 luglio 1980, Bjorn Borg contro John McEnroe ; stesso giorno del 2008, Rafa Nadal contro Roger Federer. Questo sport non ha mai offerto nulla di più bello e più perfetto.

Le sfide fra i campioni che hanno segnato più le loro rispettive epoche, ma anche fra due filosofie diverse, due modi differenti di intendere il tennis: classe contro muscoli, serve&volley contro bordate da fondo, fantasia contro tenacia. Il tie-break del quarto set della finale dell’80, in cui McEnroe annullò 5 set-point prima di chiudere 18-16, è considerato il momento più bello della storia del tennis. Nadal e Federer hanno provato a superarlo nel 2008, in una finale durata quasi 5 ore, conclusa 9-7 al quinto. Su quale delle due partite sia stata la migliore, il dibattito è ancora aperto. In comune hanno il fatto che alla fine a vincere furono in entrambi i casi i “cattivi“: Borg e Nadal, giocatori che in epoche e modi differenti hanno cambiato la natura di questo sport, sancendo il prevalere della forza sulla tecnica.

Per questo, forse, l’edizione più indimenticabile, più pazza, più romantica è un’altra: Wimbledon 2001 e la vittoria di Goran Ivanisevic. Uno che quel trofeo l’aveva inseguito per una vita, ed è riuscito a conquistarlo a carriera praticamente finita, dopo tre finali perse quasi tra le lacrime, a 30 anni e in tabellone solo grazie ad una wild-card (unico nella storia ad esserci riuscito). Quando non ci credeva più nessuno, nemmeno lui: “Nel ’92 ero favorito e persi, nel 2001 arrivai a Londra da turista e fu un trionfo”. Solo a Wimbledon poteva succedere.

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