Giacomo caro, dopo aver visto Gomorra sei venuto con la tua mamma a trovarmi a Napoli.

Abito a via Monte Di Dio e più volte mi hai chiesto quanto vicino fossero Scampia e Secondigliano. Ti abbiamo rassicurato che erano molto, molto fuori rotta e che non correvi alcun pericolo. Ci hai guardato con due occhioni carichi di meraviglia, non sembravi  molto convinto. Quando la sera siamo andati a piedi a mangiare una pizza in via Egiziaca ci hai chiesto se fosse sicuro uscire per strada. La tua mamma è napoletana come me, cresciuta nella legalità più pura, figlia di un giurista, avvocatessa del Foro di Milano, sposata con un aristocratico milanese: “Solo i napoletani si tirano la zappa sui piedi. E si fanno il contro-spot producendo una serie televisiva Gomorra, la più venduta al mondo, con un messaggio di una violenza apocalittica che diventa globalizzato. Mica i francesi se la girano sulla mafia dei marsigliesi, tra le più terribili organizzazioni criminali al mondo”, spiega al figlio. E vogliamo poi mettere città come Johannesburg, Rio de Janeiro, Bogotà mica si “incensano” con serial televisivi.

Giacomo hai solo 15 anni e non hai alcuna colpa, sei solo il prodotto di quello che lo studioso dei media Karl Popper chiama la televisione cattiva maestra. Pensa invece che molti tuoi coetanei rimangono affascinati dai boss di Gomorra, li imitano, spadroneggiano come loro e portano la zazzera rasata come Jenny (il figlio del boss). Quanti invece, dopo aver visto Gomorra, a Napoli non ci mettono piede semplicemente perché hanno paura. Ho provato, Giacomo, a farti conoscere un’altra Napoli, non solo quella folkloristica, pizza e mandolino.

E proprio mentre andava in onda l’ultima puntata di Gomorra apriva il Teatro Napoli Festival che in nove edizioni soltanto ha portato Napoli alla ribalta internazionale. Quest’anno a dirigerlo è stato chiamato quel Franco Dragone, un irpino d’importazione, regista teatrale (stando a Wikipedia almeno 80 milioni di persone hanno visto un suo spettacolo e fra questi alcuni della macchina macina/soldi de le Cirque du Soleil), uomo dalle Grandi Visioni.

E non si era mai mai visto prima. Un unicum, un San Carlo tracimante di guagliunera in platea, affacciati dai palchi. L’ha voluta Dragone per il concerto pop/rock/napoletan del gruppo “Foja” e alla domanda “Quanti di voi sono qui per la prima volta?”. Tutti, quasi, hanno alzato la mano. Noi eravamo una minoranza silenziosa, per una sera è stato il loro teatro, di chi non aveva mai varcato la soglia del Teatro Massimo. Pioggia di petali ed effetti luminosi sul soffitto affrescato. Dario Sansone ci dà dentro con i decibel e urla in dialetto:  “ Avevano paura che rovinassimo gli stucchi… E invece siamo qui. Siamo qui senza imbrogli”. E il messaggio sta tutto in quel Cagnasse tutto, cambierei tutto. Ecco Napoli è pure questa. Sudore e talento. Anche per te Giacomo era la prima volta al Teatro San Carlo (in compenso mamma ti ha portato tante volte a La Scala).

Sorpresa finale: sotto le poltroncine di velluto rosso un piccolo gadget da accendere e una marea di lucine illumina la platea proprio come allo stadio. I ragazzi si scatenano, cantano, ballano e la gioia schizza dai loro occhi. Esultano anche il sindaco De Magistris e Sebastiano Maffettone, filosofo prestato all’Assessorato alla Cultura della Regione. Quest’ultimo ha appena scritto per la Luiss University Press il saggio Il Valore della vita. Cosa conta davvero e perché, di cui consigliamo a Roberto Saviano, il tuttologo della malavita organizzata, la lettura. Proprio mentre stanno girando la terza serie televisiva di Gomorra.

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