Il neoliberismo che, come ci ha insegnato il compianto Luciano Gallino, è alla base della crisi senza fine e senza fondo cominciata nel 2007, è quell’ideologia deleteria secondo la quale “i mercati” (leggi il capitale), liberati da impacci di ogni genere, sono in grado di raggiungere, mediante il loro autonomo operare, il massimo benessere possibile per la società nel suo complesso. Si tratta di un’ideologia delle peggiori in quanto visibilmente priva di ogni sia pur minimo riscontro nella realtà ma, come tutte le ideologie, ha il merito di offrire un modello, sia pure rudimentale, di comprensione del mondo agli spiriti deboli e di aver forgiato un gruppuscolo di personaggi che su di esso hanno costruito le proprie fortune patrimoniali e (meno) scientifiche.

La legge ferrea del neoliberismo impone il massimo sfruttamento del lavoro subordinato in nome dell’obiettivo della cosiddetta competitività, ovverosia della possibilità di fregare i concorrenti producendo le merci a un costo inferiore. Il risultato della sua applicazione è la trasformazione degli esseri umani in macchine devote alla riproduzione del capitale, ovvero, nel tempo “libero” in omuncoli astiosi e paurosi che si odiano l’un l’altro e che subiscono in silenzio ogni angheria, salva la possibilità, generosamente concessa dal sistema, di rivalersi sui più deboli, scaricando su di essi frustrazioni e violenza. Nella particolare situazione sociale e di composizione di classe determinata dalla globalizzazione e dall’intensificarsi delle migrazioni, i lavoratori stranieri diventano molto spesso, in questo quadro, delle vittime predestinate.

Condannate a svolgere mansioni, per definizione, umili” (lavoro agricolo, badanti, domestici, addetti alla piccola distribuzione commerciale) e provenienti da paesi ridotti alla miseria quando non infestati da devastazioni ambientali e conflitti, approdano al nostro paese cercando un futuro migliore e paiono disposti ad accettare condizioni di lavoro e salariali visibilmente peggiori di quelle vigenti. In tal modo, si attraggono il risentimento dei lavoratori indigeni che scaricano su di essi la responsabilità dell’indubbio peggioramento della loro situazione. Una vera pacchia invece, per il capitale, che può approfittare di questa riserva di lavoro a basso costo e a basse pretese per ottenere produzioni competitive, in quanto fondate sulla negazione dei diritti più elementari e di un giusto salario.

A volte però questo meccanismo si inceppa e si ricreano quelli, immortali e insopprimibili, della lotta e della solidarietà di classe. E’ quanto è successo nelle campagne della provincia di Latina lo scorso aprile. Al termine di uno sciopero durato vari giorni, migliaia di lavoratori dei campi, in massima parte di origine punjabi ovvero sikh, che da anni lavorano in quelle zone, si sono riversati, il 18 aprile, nella piazza centrale di Latina affermando il loro diritto a condizioni di lavoro degneNe abbiamo parlato ieri al Cnr nel corso di un interessante convegno promosso dall’Isgi (Istituto di Studi Giuridici Internazionali) in collaborazione con la cooperativa In Migrazione e i giuristi democratici. Sono intervenuti, oltre al sottoscritto e a Marco Omizzolo, che è stato fra i promotori di questa giusta lotta, il rappresentante della comunità sikh pontina, Gurmukh Singh, il parlamentare della Commissione Antimafia, Davide Mattiello, il giurista, Antonio Bevere, il sociologo, Enrico Pugliese, il rappresentante del sindacato Flai-Cgil, Jean Renee Bilongo, e vari altri.

Il dibattito è stato interessante ed animato dall’affrontare vari profili di ordine scientifico, giuridico e politico, quali ad esempio l’applicabilità dell’art. 600 del Codice penale sulla riduzione in schiavitù e servitù. L’iniziativa sul tema continuerà con un più ampio convegno da tenersi in autunno. L’obiettivo non è certamente quello di colpevolizzare in modo indiscriminato le piccole e medie aziende agricole che si avvalgono del lavoro degli immigrati, ma, al contrario, quello di creare un quadro di riferimento normativo certo, che preveda agevolazioni e incentivi che rendano più conveniente ai datori di lavoro rispettare la dignità e i diritti dei braccianti, siano essi italiani o immigrati. Nel caso della comunità sikh si delineano altresì positive occasioni di cooperazione con la regione di provenienza, il Punjab, tema sul quale in primo luogo la Regione Lazio dovrebbe impegnarsi per un progetto pilota di cosviluppo, trasferimento di know-how e cooperazione internazionale.

Il tema appare di grande urgenza nel momento della stagione estiva, con i suoi raccolti specifici e il grande caldo che, insieme alla fatica determinata dal supersfruttamento, ha determinato in tutta Italia, negli ultimi anni, la morte di varie lavoratrici e lavoratori, sia italiani e che immigrati. Contro il capitale, che riduce le persone ad oggetti, e contro la demagogia razzista, che vorrebbe imputare agli immigrati la responsabilità del peggioramento delle condizioni del lavoro, si è levata con forza la voce dei braccianti sikh dell’Agro pontino e della provincia di Latina. Un’opportunità di promuovere i diritti di tutti che non va lasciata cadere.

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