Chissà cosa ne pensano, gli amici neoliberisti, del fenomeno del caporalato. Un fenomeno tornato tristemente in auge nel nostro Paese, anche come effetto delle leggi che hanno progressivamente demolito tutte le garanzie del lavoro subordinato, tanto più in un settore, come quello agricolo, dove non hanno mai contato granché. Un fenomeno che colpisce allo stesso modo migranti ed indigeni, come dimostrato tristemente dalle morti di quest’estate dovute al caldo abnorme ma soprattutto allo sfruttamento senza limiti cui lavoratori e lavoratrici sono sottoposti.

Un fenomeno che continua a riproporsi con la sostanziale omertà delle istituzioni e dei media mainstream, troppo occupati a cantare le lodi immeritate del governo per accorgersi dell’abisso di miseria e disumanità che si nasconde nel Paese reale, appena lacerata la tenue copertina a lustrini con la cui esibizione ci si vorrebbe far credere di vivere nel migliore dei mondi e dei Paesi possibili.

Sit-in dei migranti di Rosarno

Parliamo di “braccianti che dovevano obbedire, senza discutere. Uomini con le mani callose e sporche di terra, la schiena piegata per 10, 12 e a volte anche 14 ore al giorno per raccogliere pomodori, cocomeri, ravanelli o insalata. Il tutto per circa 20-30 euro al giorno”, come scrive Marco Omizzolo, autore di una ricerca durata tre mesi nelle campagne dell’Agro pontino, lavorando insieme ai trentamila lavoratori di origine sikh che prestano la loro opera nella zona. Ricerca che, fra l’altro ha prodotto un articolo recentemente insignito del premio Treccani. Lavoratori simili a quelli, di varia origine (nordafricana, africana, italiana) che lavorano in altre campagne del nostro Paese per garantirci l’approvvigionamento di alimenti, l’esportazione degli stessi che concorre alla nostra bilancia dei pagamenti e cospicui profitti a coloro che li sfruttano, direttamente o indirettamente: proprietari e imprenditori agricoli, grossisti, industrie alimentari e grande distribuzione organizzata.

Nella sola Puglia si calcolano, secondo un recente rapporto della Cgil, oltre cinquantamila braccianti in nero distribuiti in 55 ghetti. Il magistrato Antonio Bevere non esita a parlare, al riguardo, di vera e propria schiavitù, analizzando l’art. 603 bis del Codice penale, disposizione nella quale “sono chiaramente scanditi i fatti che dimostrano l’esistenza di un rapporto di lavoro in cui la parte forte (l’imprenditore) sfrutta la parte debole: sistematica retribuzione in misura illegalmente ridotta; violazione della normativa su orario, riposo settimanale, sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro; sottoposizione a condizioni lavorative, a metodi di sorveglianza, a situazioni alloggiative particolarmente degradanti”. Bevere sottolinea giustamente come principale oggetto dell’azione repressiva deve essere l’imprenditore, beneficiario finale dello sfruttamento dei nuovi schiavi e lancia l’allarme sull’abrogazione, avvenuta a giugno, del reato di somministrazione fraudolenta di manodopera, abrogazione che “ostacola l’intervento di un’autorità ispettiva, lasciando al debole lavoratore la dimostrazione della natura fraudolenta della somministrazione delle sue prestazioni”.

Una nuova applicazione della “filosofia” neoliberista alla Poletti-Renzi, secondo la quale ogni riduzione dei diritti dei lavoratori, in qualunque situazione, agevola la sacrosanta libertà d’impresa contribuendo al benessere della Nazione? Si tratta ad ogni modo di “filosofia” fallace, dato che nessun effettivo sviluppo economico può essere costruito sullo sfruttamento selvaggio dei nuovi schiavi. Al massimo si può dar vita a un effimero castello di carte basato sulla menzogna e il privilegio di pochi. Gli Stati della Confederazione sudista e il Sudafrica dell’apartheid sono stati, alla fine, spazzati via dalla storia. Inutile peraltro sperare che una classe imprenditoriale illuminata, che in Italia non esiste o risulta assolutamente marginale, ponga fine al disumano fenomeno. Quello che invece occorre capire fino in fondo è che tutelare i diritti dei braccianti, siano essi immigrati o italiani, significa tutelare i diritti di tutti.