Le università inglesi vivono con il fiato sospeso la stagione post Brexit. A rischio ci sono 1,2 miliardi di sterline che ogni anno, fino ad oggi, sono stati erogati da Bruxelles agli atenei britannici. Che equivalgono al 2,6% degli introiti complessivi delle università britanniche (dati 2013-14 dell’Agenzia statistica per la Higher education). Con l’uscita dal club europeo, i fondi rischiano di ridursi, anche se difficilmente arriveranno a zero. Diretta conseguenza: il balzo verso l’alto, fino al raddoppio, del costo delle iscrizioni e la “brain exit”, la fuga dei giovani studiosi europei. E il problema riguarda anche la ricerca, dove il contributo europeo pesa moltissimo: Bruxelles tra il 2007 e il 2013 ha erogato ad atenei e centri di ricerca 7 miliardi di euro, la corona inglese 4,7 miliardi di sterline. Senza Bruxelles, rischia di sgonfiarsi anche l’impatto degli studi scientifici e con esso, in un circolo vizioso, anche la possibilità di ottenere i fondi britannici. Con il pericolo che a perderci siano gli istituti più piccoli, meno blasonati e meno “ortodossi” nelle materie di ricerca. Il dibattito su ciò che attende la “British high education” dopo la Brexit ormai impazza anche nelle aule parlamentari, dove il Labour chiede garanzie per il futuro. Ma nessuno si azzarda a ipotizzare risposte. E il governo prende tempo fino al 2020.

Partito il countdown per la ricerca: quattro anni alla fine di Horizon2020 – Tra quattro anni si chiuderà Horizon2020, il programma dell’Unione per finanziare ricerca e innovazione, sia in ateneo, sia in consorzi con l’industria privata e agenzie governative. È uno dei principali programmi per il sostegno della ricerca in Europa. Il parlamentare inglese Micheal Gove, conservatore, tra i più accesi sostenitori del Leave (tra i 13 firmatari tories della Letter to Leave), ha sostenuto in campagna referendaria che fino a quella data per le università non cambierà nulla. Non ha però potuto garantire che la situazione, in futuro, resti la stessa.

I 24 migliori atenei britannici hanno ricevuto 579 milioni di euro nell’ultimo anno – I più preoccupati sono i principali gruppi di interesse che rappresentano le università in Gran Bretagna. Come The Russell Group, un network che conta 24 atenei (tra cui alcuni dei più famosi: London School of Economics, Cambridge, Edimburgo e il King’s College) che solo nell’ultimo anno accademico ha ottenuto da Bruxelles 579 milioni di fondi per la ricerca. “Per tutta la campagna entrambe le parti hanno riconosciuto l’importanza dei finanziamenti europei alle nostre università e chiederemo garanzie dal governo che ciò sia assicurato anche a lungo termine”, ha dichiarato il 24 giugno la direttrice del gruppo, Wendy Piatt. Quali siano i tempi per ottenere queste “assicurazioni” ancora è difficile saperlo. “Non possiamo andare oltre questo comunicato stampa”, fanno sapere dall’ufficio stampa del Russell Group.

Identica risposta da Universities Uk (Uuk), il più grande tra i network di atenei britannici. “Il voto di giovedì non significa alcun cambiamento immediato per quanto riguarda programmi come Erasmus+ e Horizon2020, né per staff e studenti provenienti dall’Unione – spiegano dall’ufficio stampa -. La nostra principale preoccupazione è fare in modo che il governo britannico prenda le decisioni necessarie per garantire che si possa continuare a lavorare in questo modo”. In che termini e in che tempi, non si sa. Le conseguenze per gli atenei britannici, in caso di negoziati al ribasso, sarebbero devastanti. Il settore universitario è tra più importanti del comparto pubblico inglese: il suo valore è 73 miliardi di sterline (3,7 dei quali prodotti dagli studenti che arrivano da Paesi comunitari) e conta 380 mila addetti.

Il prof di Cambridge: “Perderemo 100 milioni di sterline all’anno” – All’Università di Cambrige, il professor Ross Anderson ha provato a fare una stima di quanto possa perdere il suo ateneo. Solo per la ricerca, sarebbero il 15% dei fondi, ossia oltre 66 milioni. A questo si aggiungono le perdite di iscrizioni e la perdita di attrazione. Il conto, alla fine è 100 milioni di sterline all’anno, ossia il 10% del fatturato dell’università. E siamo a Cambridge, una multinazionale del sapere, per la quale le ripercussioni sono comunque sopportabili.

Il docente di Oxford: “Senza fondi europei avremo meno ricercatori” – Federico Varese è tra i criminologi italiani più stimati all’estero. Esperto di mafie internazionali, è professore all’Università di Oxford: “Senza dubbio le università inglesi ricevono moltissimi fondi di ricerca dall’Europa, sempre più importanti visto il taglio subito da quelli interni”, spiega. Per quanto riguarda le scienze sociali, ad esempio, “i fondi erogati dall’European Research Council (Erc) sono usati per creare posti post dottorati e borse di studio per i dottorati. Quindi se questi fondi vengono meno in un futuro prossimo, avremo anche meno studenti con borse di studio, e meno giovani ricercatori”.

“Le piccole università saranno le più penalizzate” – Questo discorso è tanto più vero per le università piccole. “Le università in Gran Bretagna sono delle aziende. Le grandi non perderanno granché, per le piccole ci sarà un grosso problema a continuare a richiamare studenti”, commenta Daniele Tori, ricercatore esperto di finanziarizzazione dell’economia che dalla Greenwich University passerà alla Milton Kaynes University. L’uscita dal circuito europeo potrebbe avere un doppio effetto negativo: il primo è sulla reputazione. Restare fuori dal contesto globale abbatte i punteggi che si ottengono con il Ref (Reaserch excellence framework). Cambridge e Oxford possono anche farne a meno, Greenwich no. La conseguenza, poi, sarà il sostegno sempre delle stesse ricerche che nel “mercato interno” ottengono più punteggio, a discapito di altre di respiro maggiore e più appetibili in un ambito europeo, dove si premia molto l’originalità.

Pericolo “brain exit”, la fuga dei talenti – Il secondo pericolo è invece l’altra Brexit, la “brain exit”, ossia l’uscita dei talenti. “Soprattutto per uno studente dell’Unione europea – racconta Tori – il prezzo d’iscrizione ad un ateneo inglese potrebbe diventare il doppio di com’era con la Gran Bretagna nell’Ue”. Tutti rischi di cui avevano scritto in una lettera 103 rappresentanti delle università inglesi – rettori, vice rettori e direttori di network di atenei – rimasta però inascoltata.