Circa 2,2 milioni di britannici residenti all’estero non hanno potuto esprimere il proprio voto in occasione del referendum sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea perché in base alla legislazione inglese non ne avevano diritto. Mentre sono “centinaia”, secondo le testimonianze raccolte da The Independent, gli aventi diritto che non hanno ricevuto in tempo le schede elettorali nei loro Paesi di residenza. Nei giorni successivi al voto, crescono le proteste degli expat britannici non ammessi alle urne. Secondo i quali il risultato del 23 giugno è illegittimo perché quei numeri, se spostati dalla parte del Remain, avrebbero potuto ribaltare l’esito del referendum. “La legge parla chiaro ed è stata applicata alla lettera – spiega Justin Orlando Frosini, docente di Diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano e alla Johns Hopkins university  – Milioni di persone, però, non hanno potuto decidere sul loro status di cittadini europei”.

Il ricorso a Strasburgo del 94enne inglese residente in Italia dal 1982 – Le proteste sull’impossibilità per oltre due milioni di expat britannici di esprimersi sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sono state sollevate nei mesi scorsi dal veterano di guerra Harry Shindler, 94enne britannico residente in Italia dal 1982, e Jacquelyn MacLennan, avvocato inglese di 54 anni che risiede in Belgio dal 1987. Sotto la lente è finita una disposizione contenuta nello European Union Referendum Act: “Nel testo – continua il docente – si legge che i cittadini britannici residenti all’estero e assenti dal registro dei votanti da più di 15 anni non hanno diritto di voto su certe tematiche. Un principio che riprende quello contenuto in una legge del 1985 in materia di elezioni politiche”. Per questo motivo, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deciso di respingere il ricorso di Shindler, precisando che, sulle questioni legate al voto, la decisione spetta ai Paesi membri del Consiglio d’Europa.

“E’ stato impedito loro di esprimersi su un aspetto importante del loro futuro” – “Se sull’applicazione della legge da parte delle varie corti non sembra esserci niente da obiettare – continua Frosini -, si può discutere entrando nel merito del principio stesso. A mio parere, elezioni politiche e referendum come quello sulla Brexit devono essere distinti. Per quanto riguarda le prime, mi sento di dire che si dovrebbe applicare senza limiti di tempo il principio del “no representation without taxation”. Chi vive fuori dal Paese e non contribuisce con le proprie tasse non dovrebbe votare i nuovi governi. Diversa è la questione del referendum: in questo caso si decideva anche riguardo alla cittadinanza europea di molti expat britannici. In questo caso è stato loro impedito di esprimersi su un aspetto importante del loro futuro”.

Ma il voto non è contestabile – Ciò che lascia perplesso il docente della Bocconi sono poi le eccezioni previste dallo European Union Act rispetto al diritto di voto per i cittadini residenti all’estero. “L’Act – specifica – prevede il diritto di voto anche per alcune categorie che, invece, non possono recarsi alle urne per le elezioni politiche, come i membri della House of Lords o i cittadini di Gibilterra. Se si è deciso di fare delle eccezioni di questo tipo, perché non si è pensato di includere anche i residenti all’estero da più di 15 anni? Il voto decideva anche del loro futuro come cittadini europei. Voto da invalidare? No, la legge, contestabile o meno, è stata applicata”.

The Independent: “Centinaia di aventi diritto non hanno ricevuto le schede elettorali” – Altra ombra sulla validità del voto britannico viene gettata da The Independent. Il quotidiano londinese, nei giorni scorsi, ha raccolto “centinaia” di testimonianze di aventi diritto residenti all’estero che non hanno potuto votare per problemi legati alla spedizione delle schede elettorali. Da chi non ha mai ricevuto il materiale necessario, nonostante il sito del governo specificasse che la loro richiesta di voto era stata accettata, a chi, invece, si è visto recapitare il pacco postale troppo in ritardo per poter materialmente esprimere la propria preferenza. Così molti britannici sparsi per il mondo non hanno potuto dare il proprio appoggio al Leave o al Remain. “Questa vicenda è più complicata rispetto alla petizione che chiede un secondo referendum perché, se confermate le indiscrezioni diffuse dal giornale, saremmo di fronte a delle irregolarità – continua il professore – Sarà la commissione elettorale, però, a dover stabilire la validità o meno del voto sulla Brexit”.

Ultima spiaggia, il referendum sui futuri accordi tra Londra e l’Unione – Alle polemiche sugli aventi diritto e sui disagi riguardanti la spedizione delle schede elettorali all’estero si potrebbe tentare di “rimediare” con un nuovo referendum da svolgersi però molto più avanti, dopo che il governo del Regno Unito avrà notificato a Bruxelles il ricorso all’articolo 50 dei trattati e dopo la negoziazione sui nuovi accordi che regoleranno i rapporti tra Londra e l’Unione. “A mio parere non ci sono gli elementi per invalidare il voto britannico – conclude Frosini – Semmai, potrebbe essere indetto un nuovo referendum per chiedere ai cittadini britannici, dopo aver modificato i principi che stabiliscono gli aventi diritto al voto, di esprimersi sull’accordo tra Regno Unito e Unione Europea relativo all’uscita del Paese dall’Ue”.

Twitter: @GianniRosini