Era prevista per oggi pomeriggio alle 15. Non ci sarà. E’ stata rinviata a data da destinarsi la direzione nazionale del Partito democratico, convocata lunedì scorso dal premier Matteo Renzi dopo il pessimo risultato del Pd ai ballottaggi delle elezioni amministrative del 19 giugno scorso. Nelle intenzioni del presidente del Consiglio e di tutte le anime interne del partito, quella di oggi doveva essere l’occasione per fare il punto della situazione e dello stato di salute del Pd. L’esito del referendum sull’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea e soprattutto la vittoria del fronte ‘Leave’ ha però scompaginato tutti i piani: la direzione oggi non ci sarà e forse, secondo quanto fatto filtrare da ambienti vicini alla segreteria, sarà riconvocata tra una settimana, probabilmente venerdì primo luglio.

Nel frattempo e prima dell’esito del referendum sulla cosiddetta Brexit, il premier aveva anticipato alla Stampa il suo intervento. “Mi viene da sorridere a guardare la piccola folla che pensa di scendere dal carro del presunto sconfitto, con la stessa rapidità con la quale ci era salita” ha detto il presidente del Consiglio. Al “suo partito” il premier voleva fare “un discorso chiaro: un discorso che somiglierà ad una sfida“, sottolineando che non si tornerà al Pd dei “caminetti” tra capicorrente. Nell’ultimo anno, ha spiegato Renzi, “il Pd è finito sui giornali soprattutto per questioni interne: ora, se qualcuno pensa che si possano conquistare voti con una costante presa di distanze dal segretario o dall’attività di governo, pensa una cosa stramba davvero”. “Questo partito, in passato, aveva smesso di funzionare ed era diventato ostaggio delle correnti nazionali, per cui il luogo della sintesi erano i ‘caminettì. Dunque: finché io faccio il segretario del Pd, ‘caminettì non se ne fanno. Volete il partito delle correnti? Allora cacciate me”. Gestione e segreteria sono unitarie, ha sottolineato: “Vogliamo cambiare? Io non ho preclusioni”. Per ora lo Statuto non prevede un segretario che si occupi a tempo pieno del Pd, dice, e anche in questo caso Renzi invita chi ha “un modello alternativo” a proporlo.

Sul referendum costituzionale il premier ha affermato che votare per il Sì “è la scelta più anti-establishment possibile” perché “significa ridurre le poltrone alla politica e tagliarne notevolmente i costi” e non vede perché “gli elettori di Grillo non dovrebbero dire sì”. Un eventuale slittamento? “Il referendum avrà la tempistica prevista dalla Cassazione. Punto e basta”.
Quanto alle amministrative il voto non è stato solo i ballottaggi, dove una vittoria dei Cinque Stelle è “evidente, innegabile e netta”. “Si è votato in 1.500 comuni e in 20 hanno vinto i Cinque Stelle. In 7-800 comuni abbiamo vinto noi e negli altri, non pochi, l’ha spuntata il centrodestra, che dunque c’è. Il dato politico è che ha perso la Lega”. Renzi non accetta la lettura secondo cui il partito in alcuni casi è stato penalizzato in ragione della politica di governo o di alleanze con Verdini: “Se noi stessi trasmettiamo agli elettori un’idea di inaffidabilità del Pd, mi pare complesso poi riuscire a vincere delle elezioni“. Sulla questione delle crescenti disuguaglianze sollevata da Romano Prodi, Renzi ha ammesso che il tema è “enorme” e ha sottolineato che il Pd sta provando a risolverla “con il Jobs Act“. Il premier ha anche ammesso che “una riflessione” su se stesso e su come è “percepito” la deve fare: “Devo cambiare qualcosa? Certamente ho qualcosa da cambiare anch’io. Magari nei toni, nello stile, vedremo”, “ormai rinuncio alle battute”.