Gettare benzina sul fuoco della sfiducia nei confronti della politica è stata la carta vincente per l’ascesa fulminea di Matteo Renzi. Tuttavia il premier non ha previsto che il fuoco sarebbe divampato, senza lasciargli la possibilità di controllarlo, divorando colui che lo aveva appiccato. Il Pd, così, è finito incenerito dallo stesso rogo che avrebbe dovuto salvarlo, poiché, se la politica soffia sulla cenere della sfiducia, è se stessa che sta condannando, dal momento non ha operato alcun cambiamento di rotta. Ma cosa farà Renzi da grande lo sappiamo già: non si dimetterà, e cercherà di alzare il tiro, puntando alla vittoria del Sì al referendum costituzionale di ottobre. E, visto il clima della settimana appena trascorsa, c’è da aspettarsi di tutto.

de magistris appendino raggi

Merita invece la discussione sul cosa faranno le forze che escono vittoriose da queste elezioni amministrative, ovvero Luigi De Magistris e il M5s. Per quanto riguarda il sindaco di Napoli, intanto occorre dismettere la retorica stigmatizzante che lo vorrebbe Masaniello, arruffapopoli, teorico del lazzaronismo. De Magistris ha intercettato il voto delle masse e della borghesia, si è messo in sintonia coi movimenti di protesta, ha dialogato con la sinistra radicale e movimentista, tanto che, ultimamente, parte di questo multiforme popolo ormai da tempo in rotta lo ha incoronato leader, riponendo in lui le speranze di riscatto. Dunque De Magistris, da grande, dovrà decidere se puntare a una leadership nazionale. Guarderà al modello Podemos, con il quale negli ultimi tempi ha costruito non poche affinità, come la costruzione di politiche dal basso, ma anche un certo leaderismo?

Difatti, nonostante Pablo Iglesias o Ada Colau si presentino come ‘portavoce’, la loro è una leadership carismatica molto forte. Anche il subcomandante Marcos, figura che ha popolato i sogni dei social forum e di quell’elettorato che oggi guarda al sindaco di Napoli, si definiva una sorta di ‘speaker’, a partire dall’assenza di un volto, ma lo zapatismo erotico della sinistra occidentale guardava solo a lui. Ad ogni modo, in Italia il movimentismo non è mai riuscito a esprimere potenza politica, né in piazza né alle urne. Non ha niente a che vedere con le proteste spagnole o francesi. Forse De Magistris riuscirà a far coagulare attorno a sé i delusi di sinistra-sinistra, non quelli della (ex) minoranza Pd per capirci, ma coloro che votavano Sel o altre formazioni della costellazione post-comunista. Ma basterà per fargli fare il salto verso una leadership nazionale?

Quanto invece al Movimento, è cresciuta una classe dirigente più matura, meno ruspante e anche più capace di dialogare con la realtà produttiva del paese. Occorrerà vedere se queste nuove facce dialoganti riusciranno a mantenere il vantaggio del M5s, quel vantaggio dovuto a un certo oltranzismo che li ha fatti apparire ‘duri e puri’ agli occhi di chi non ne poteva più della ‘vecchia politica’. Insomma, occorrerà vedere se governare significherà la ‘normalizzazione’ del Movimento, cosa che dipenderà anche dalla selezione della propria classe politica futura e da come, e se, quella attuale uscirà di scena. Poiché un movimento appena nato può chiaramente vantare la freschezza e novità dei propri dirigenti, solo il tempo ci dirà se i 5s avranno saputo mantenere fede all’impegno di ricambio e all’idea della politica come servizio più che come lavoro (permanente).

Intanto c’è da segnalare che, Napoli a parte, è dalla sinistra-sinistra che promana un invito (che avevo già espresso da queste pagine) a ripensare la categoria di ‘populismo’. Si ha l’impressione che questa tendenza segni un timido approccio politico, che passa anche dalle (apprezzabili) parole di ‘dispensa’ con le quali alcuni, dal Manifesto a Micromega, hanno cercato di rasserenare la sinistra: si può votare 5 stelle, ‘nun è peccato’, come diceva il poeta. Del resto, questi tentativi di avvicinamento sono stati incoraggiati da certe aperture ‘a sinistra’, per quanto timide, soprattutto da parte delle due neo-sindache Appendino e Raggi (due Tupamaros rispetto a Sala).

Ma, il punto è: perché un partito che ha fatto della propria estraneità – a ragione o a torto (a ragione, almeno sul piano dei risultati elettorali) – all’agone politico, basato sull’asse destra-sinistra, la propria forza dovrebbe imbarcarsi in un dialogo con quella sinistra che va dai movimenti a Fassina? Al momento, sembrerebbe più che altro un bacio della morte. Si possono dire cose di sinistra senza farsi identificare con la storia di una parte politica ormai incapace di rappresentare il suo vecchio elettorato e che negli ultimi decenni in Italia non ha prodotto risultati così straordinari?