L’Isis sta perdendo terreno in Siria e in Iraq. L’esercito iracheno è di recente riuscito a penetrare nella parte sud di Falluja. L’assedio alla città è cominciato due settimane fa e il supporto della coalizione internazionale sta già dando i suoi frutti anche se i miliziani del califfato resistono nel cuore della città. Raqqa, la capitale dello Stato Islamico è a pochi chilometri dalle prime linee curde.

Nei post che ho scritto sull’Isis, ho sempre messo in evidenza la fragilità del califfato nella misura in cui Abu Bakr al-Baghdadi ha costruito la sua posizione sulla violenza e la crudeltà, trascurando le alleanze con le monarchie del Golfo che forse avrebbero visto di buon occhio la costituzione di uno stato sunnita una volta cadute le frontiere siro-irachene. Inoltre non bisogna dimenticare che all’inizio, quando l’Isis si formò, vi fu da parte dei vari stati della regione e dell’America una sguardo compiacente nei confronti di questa esperienza.

Le minacce al califfato non vengono solo dall’esterno. All’interno è cominciata una vera e propria caccia alle streghe. Decine di combattenti sono stati assassinati dai loro commilitoni con l’accusa di essere spie americane, inoltre i cellulari e i computer sono controllati alla ricerca dei traditori. In questa situazione quali saranno le conseguenze per i 50.000 civili che sono rimasti intrappolati a Falluja? Dall’inizio delle operazioni militari, un centinaio di famiglie sono riuscite a scappare dalla città.

Questo è quanto riporta il Norvegian Refugees Council, una organizzazione umanitaria no profit che opera in Iraq e che fornisce assistenza e protezione ai rifugiati e agli sfollati. Fame, suicidi, schiavitù sessuale e morte sono alcuni aspetti di questo quadro atroce. Dopo la conquista di Falluja le forze statunitensi si rivolgeranno alla roccaforte di Mosul, una città di 600.000 abitanti. Lì l’Isis ha dispiegato 12.000 combattenti e per sconfiggerli, gli americani hanno fornito supporto aereo ai Peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Ora, possiamo chiederci, può esistere un califfato senza un territorio da gestire? E se la risposta è negativa, che fine faranno le migliaia di giovani che sono partiti per combattere nelle fila dell’Isis? Il sostegno iniziale delle popolazioni sunnite al progetto territoriale del califfato è stato determinante per l’affermazione dell’Isis. Molti hanno letto la possibilità di una affermazione dei sunniti in una regione in cui erano stati discriminati dopo la caduta di Saddam.

Inoltre la propaganda dell’Isis aveva buon gioco quando presentava la fine delle frontiere siro-irachene come la rivincita sul patto Sykes-Picot che aveva disegnato i confini della regione secondo gli interessi coloniali franco-inglesi. Un territorio da governare era quindi necessario per infiammare la fantasia di molti giovani grazie ad un messaggio millenaristico: la ricostituzione della grande umma dei musulmani.

L’Isis non potrà sopravvivere senza un territorio da gestire, né potranno bastargli gli attentati che potrà organizzare in Occidente per giustificare la sua esistenza politica. Gli attentati probabilmente continueranno, e la vendetta per la sconfitta animerà alcuni giovani che avevano creduto al messaggio salvifico dell’Isis. Ma la gran parte delle milizie andranno ad ingrossare le organizzazioni esistenti del tipo Al-Qaeda.

E i problemi non finiscono qui. La perdita dei territori una volta governati dall’Isis, quando questo avverrà, apriranno un contenzioso tra Bagdad e le autorità kurde irachene. Vi è un altro problema, che attiene a quelle forze sunnite irachene e siriane che sceglieranno di non combattere più e quindi -facendo affidamento all’organizzazione delle tribù di appartenenza- cercheranno di confondersi con la popolazione che ritornerà dopo essere fuggita. Sarà sufficiente per limitare le vendette?