Quella ferità lì, tra labbro e naso, è il segno che racchiude tutto. Lo squarcio si è aperto dopo il vantaggio firmato da Giaccherini, durante i festeggiamenti. Colpa di Zaza che esulta, troppo, assieme ad Antonio Conte. “Ma mi faccio spaccare in due, pur di vincere…”, spiega a margine della conferenza stampa l’allenatore di questa Italia che inizia l’Europeo in Francia come nessuno si sarebbe mai aspettato. Perché in quella ferita ci sono le tre parole chiave per capire come gli azzurri abbiano potuto sbarazzarsi del Belgio, una banda di fenomeni sterilizzata: lotta, gioia, gruppo. I meriti sono di Conte, che in poco più di quindici giorni ha impastato 23 persone trasformandole in una squadra. La nazionale non ha fenomeni in campo, ma ha un grande allenatore. Il ‘10’, quella maglia che tra tante critiche il ct ha messo sulle spalle di Thiago Motta, avrebbe potuto tenerla per sé. Perché l’uomo con il tocco magico è lui, capace di ridicolizzare tatticamente Marc Wilmots: il belga ha tanto talento e zero organizzazione, Conte tutto il contrario. E basta per vincere all’italiana, nella sua accezione calcisticamente più nobile perché è un’Italia accorta e cinica ma non catenacciara.

NazioJuve – La base è la Juventus che, nell’anno del quinto scudetto consecutivo, si trasferisce in blocco all’Europeo trasformando la nazionale nella NazioJuve. Come era accaduto tra il 1930 e il 1935, altro quinquennio di successi dei bianconeri. Le fondamenta dell’Italia nascono a Vinovo, ai tempi di Conte. Davanti a Buffon c’è la linea a tre, incrollabile, dove Bonucci ha licenza di costruire anche lanciando profondo. Quante volte la Juve ha fatto male in questo modo? Molte. Ieri si è rivisto tutto contro il Belgio nell’azione del gol di Giaccherini, un altro uomo amato dal tecnico leccese. Il ‘Giak’ arrivò da Cesena nell’estate 2011 e quando lo vendettero, due anni dopo, Conte affermò convinto: “Ci siamo indeboliti, non lo avrei mai ceduto”. Non scherzava, visto che anche tra gli azzurri il centrocampista del Bologna è diventato un elemento fondamentale al quale il ct non rinuncerebbe per nulla al mondo perché interpreta alla perfezione i movimenti del 3-5-2, da interno e da esterno. Un pretoriano sbeffeggiato alla vigilia e risultato invece l’uomo decisivo.

La grinta e la voglia di lottare – Il blocco juventino, oltre che una necessità (chi fa giocare molti italiani a parte il club bianconero?), è servito a Conte per poter adottare con efficacia il modulo e trasmettere al resto del gruppo spirito di abnegazione e voglia di lottare. Così in appena quindici giorni è nata una squadra, che sarà pure tecnicamente la più scarsa nazionale vista negli ultimi quarant’anni ma ha un’anima. E la scintilla che ha acceso gli azzurri è proprio lui, Antonio Conte. Ha convinto i suoi delle proprie possibilità, di come la tattica e la grinta potesse sopperire a tutto il resto. “Ho prima dei grandi uomini e poi dei bravi calciatori – ha spiegato dopo l’esordio – In una competizione così deve scoppiare l’alchimia e la soddisfazione più grande è vedere la partecipazione di tutti: chi ha giocato, chi è entrato, chi poteva entrare ed è rimasto in panchina”. Verranno partite più sofferte, pareggi, svantaggi o rimonte. Ma Conte ha inculcato un concetto: chiunque si affronti, possiamo farlo guardandolo negli occhi, senza paure. Alla testa dell’esercito c’è lui. Prima ha difeso la testuggine rispondendo alle critiche; ora, dopo il primo attacco vincente, divide i meriti con i “23 ragazzi eccezionali”. Che in una competizione lunga un mese riusciranno a sopportare meglio le sue strigliate e i suoi ritmi di lavoro, assorbendone il meglio. Ora chiede di “sognare per fare cose straordinarie”. E’ pronto a rimetterci un labbro, a farsi spaccare in due, pur di vedere ancora la nazionale chiusa in un solo abbraccio fatto di ventitré uomini. Una squadra, la sua. In qualunque modo vada a finire.