Secondo un sondaggio SWG, più della metà del campione di romani intervistati esprime la volontà di ospitare le Olimpiadi nel 2024. Inoltre la maggior parte dei candidati sindaco si erano detti favorevoli al progetto (Meloni, Giachetti e Marchini favorevoli, mentre Raggi e Fassina contrari). Per comprenderne le motivazioni riguardo l’uno o l’altro schieramento si può fare una macro distinzione tra coloro che sono a favore e coloro che invece sono contrari. I primi insistono sulla possibilità di cogliere “un’opportunità”; utilizzare le Olimpiadi per incentivare gli investimenti pubblici, creare posti di lavoro e recuperare vecchie strutture abbandonate. Per coloro che sono in disaccordo le Olimpiadi rappresentano una spesa azzardata, che graverebbe sulle già precarie condizioni finanziarie dell’amministrazione capitolina.

In questo articolo non farò tanto un ragionamento di costi comparati, poiché ad oggi non vi sono stime ufficiali sui potenziali costi; sino a quanto non vi sarà la proposta ufficiale da parte dell’amministrazione per la gara di partecipazione (Roma si candiderà ma non ha ancora illustrato la proposta in termini di costi, utilizzo di strutture ecc..). Inoltre va ricordato che in numerosi avvenimenti gli esborsi sono stati poi rivisti al rialzo nel tempo (nel caso di Londra 2012 i costi effettivi sono risultati essere il quadruplo di quelli ufficialmente proposti) quindi anche le stime ufficiali di proposta non sono poi del tutto attendibili.

A tal proposito una domanda che ci si potrebbe porre è la seguente: le manifestazioni sportive di grandi dimensioni generano ritorni economici consistenti? Cioè sono in grado di coprire i costi sostenuti e magari lasciare un margine di profitto per il Paese ospitante?

Seguendo questa linea di ragionamento ho preso in esame un paniere contenente i Paesi che dal 2000 sino ad oggi hanno ospitato manifestazioni di grandi dimensioni (Olimpiadi estive, Mondiali ed Europei di Calcio) ed ho analizzato gli effetti sul Pil a tre anni di distanza dall’evento per valutarne l’impatto di breve periodo e su una scadenza a cinque anni per ravvisare una potenziale persistenza economica.

La scelta temporale è determinata dal fatto che le Olimpiadi 2024 saranno quanto più simili a manifestazioni recenti per tipologia di investimenti, strutture e impianti da implementare. Per ciò che concerne la tipologia di manifestazione ho preferito analizzare le tre manifestazioni che richiedono il maggiore esborso economico. Per il reperimento dei dati si fa riferimento al database del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook 2016). Per ogni Paese si considera la media dei dati annuali del Pil pro-capite a partire dall’anno successivo all’evento.

I risultati sono esposti in (Tabella 1).

Tabella 1

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Fonte: elaborazione su dati IMF (World Economic Outlook)

Tra chi ha guadagnato di più, almeno nel breve periodo, vi è sicuramente la Grecia con le Olimpiadi di Atene del 2004 (3,2%) e l’Australia con i giochi di Sydney del 2000 (3,17%). Il primo posto spetta alla Corea del Sud (3,9%).

Bisogna sottolineare che nei dati sovraesposti non vi è un nesso di causalità, l’analisi è semplicemente volta al comportamento del Pil, il quale è di per sé influenzato da innumerevoli altri fattori. Per tale motivo bisogna essere cauti con la Cina il cui 9,77% è di sicuro un elemento di anomalia all’interno del campione. In media considerando Pechino 2008 si ha un tasso di crescita del 1,61%. Escludendo il dato cinese il tasso si abbassa all’1,07%.

Con riferimento alla crescita a cinque anni il dato medio è di poco superiore (circa 0,4 punti percentuali al di sopra).

Figura 1

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Fonte: elaborazione su dati IMF (World Economic Outlook)

Questi dati di per sé dicono ben poco. Occorre paragonarli ad altri valori che potremmo definire benchmark. Per fare ciò si possono confrontare con i tassi di crescita di Paesi simili, i quali non hanno promosso manifestazioni sportive di grandi dimensioni in quello stesso periodo di tempo (Tabella 2).

Tabella 2

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Fonte: elaborazione su dati IMF (World Economic Outlook)

Se si esclude l’anomalia cinese solo cinque dei quindici Paesi analizzati riescono a battere il proprio benchmark (Austria, Australia, Svizzera, Polonia e Regno Unito). Solo un terzo del campione quindi è stato in grado di far meglio dei propri partner. La media benchmark infatti è superiore di quasi un punto e mezzo percentuale.

Questo tipo di analisi è abbastanza semplice e non tiene conto di numerose variabili. Su tutte l’eterogeneità dei Paesi e le differenze temporali. Inoltre non è possibile scorporare il valore del Pil per poter comprendere quale quota è direttamente proporzionale allo svolgimento della manifestazione sportiva. Tuttavia l’utilizzo di parametri di riferimento in parte attenua queste discrepanze e soprattutto mette in risalto una scarsa evidenza di benefici economici almeno nel breve termine.