Stamattina ancora una volta suonerà l’ultima campanella. Ai miei alunni di quinta ho scritto una lettera certo che tra qualche anno dimenticheranno le nostre lezioni ma non potranno mai dimenticare la “nostra” scuola.

Cari ragazzi, vi svelo un segreto: all’inizio dell’anno qualcuno mi ha detto “quella classe non è facile, è litigiosa” e altro ancora. Vi avevano presentati così ma è bastato entrare in aula il primo giorno per comprendere che avremmo fatto una bella scalata, fino a raggiungere la vetta più alta da dove avremmo visto il panorama più bello.

E’ stato così. Non ci siamo fatti spaventare da nessuno e nemmeno da una scuola un po’ noiosa, ammuffita. Insieme abbiamo realizzato la scuola più bella, quella dove un maestro e i suoi alunni sono felici di stare insieme, sono curiosi di imparare insieme, di scoprire cose nuove, di mettersi in gioco.

Insieme siamo riusciti ad andare oltre l’idea di farci misurare da una verifica: ci siamo verificati ogni giorno, leggendo il giornale, discutendo di Repubblica e Monarchia, scoprendo cos’è accaduto sul Vajont, riascoltando le voci di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

La nostra scuola ha sempre guardato fuori dalla finestra: a ciò che accadeva a 1500 chilometri da noi a Lampedusa, sotto il cielo della Siria, in Africa. Con ciascuno di voi abbiamo realizzato un sogno: siamo stati capaci di capire che stavamo diventando grandi, stavamo imparando la vita per essere preziosi agli altri, a chi ci circonda.

Vi ho insegnato la storia e la geografia sperando che possiate viverla nella nostra vita, augurandomi che un giorno porterete i vostri figli a Sant’Anna di Stazzema o a Cinisi a fare quei cento passi di Impastato. Vi ho insegnato l’arte cercando di farvi appassionare a chi sa raccontarci le emozioni con un pennello.

Grazie, davvero, a ciascuno di voi e a tutti. La parola insegnare significa lasciare una traccia: io ho provato a lasciarvene qualcuna. Vi ho indicato qualche strada. Ora tocca a voi scegliere.

Ricordatevi: ognuno di voi può essere Impastato o Aldo Moro, don Tonino e Altiero Spinelli. Ognuno di voi può cambiare il mondo. Paolo Borsellino diceva: “Ognuno nel suo piccolo, per quello che sa per quello che può”.

Vi chiedo scusa se qualche volta non sono stato all’altezza del mio compito di maestro, se forse qualche mattina sono entrato in classe triste. Vi chiedo scusa se non ho dato abbastanza attenzione a qualcuno di voi. Anche i maestri sbagliano. Da grandi non ricorderete i sette re di Roma e i fiumi della Basilicata ma ricordate sempre queste regole:
1) Mordete la vita, come diceva don Tonino Bello. Ogni momento è unico e originale. Godetelo alla grande.
2) Siate un po’ folli. Non diventate troppo calcolatori. La sana follia vi aiuterà a vedere ciò che i “normali” non vedono.
3) Rompete sempre le scatole. Ve lo chiede la nostra Costituzione. Ve lo chiedono Falcone e Borsellino. Ve lo chiede il vostro maestro: quando vedete qualcosa che non va, non mettetevi le mani alla bocca. Urlate! Indignatevi! Partecipate!
4) Non siate mai indifferenti. Usate la parola per difendere chi non ce l’ha. Quando vedete un uomo che chiede la carità per la strada non voltatevi dall’altra parte ma donate lui un sorriso. Basta quello.
5) Viaggiate! Viaggiate! Viaggiate!