Dum Romae consulitur”, scriveva Tito Livio nelle sue storie Ab urbe condita, stigmatizzando l’attendismo delle istituzioni romane di fronte all’avanzata di Annibale. Mentre a Roma si discute di televisione, c’è qualcuno che passa all’azione e la televisione la fa. E’ ovviamente Rosario Fiorello che da qualche giorno ci regala uno dei pochi prodotti interessanti della stagione televisiva. Altri discutono, talvolta vaneggiano, parlano di convergenze con i nuovi media, di modelli stranieri avanzatissimi da imitare (Netflix ovviamente), di una nuova generazione a cui adeguare contenuti e distribuzione.

Lui si presenta alle 7.30 del mattino con una proposta semplice semplice, dai costi limitatissimi e oplà, tutto quello di cui gli altri chiacchierano te lo presenta bell’e pronto. C’è la tanto auspicata forma web insita nell’origine della trasmissione. C’è la scelta più che mai innovativa della collocazione temporale: un prodotto di punta al mattino presto sarebbe una follia nella tv tradizionale, ma i tempi (in tutti sensi della parola) cambiano e i momenti, le forme, le durate del consumo televisivo pure.

La grande esperienza radiofonica di Fiorello in questo è decisiva, come aveva già dimostrato il suo W radio 2 minuti dalla durata variabile. E c’è una bella botta di gioventù, nel ritmo, nell’inquadratura sporca (molto web tv), nella ritualità dei gesti, in alcune esibizioni improvvisate di cantanti sconosciuti e senza coach che mi sembrano più bravi di tanti partecipanti ai talent. Il tutto, ben mescolato, produce quell’atmosfera piacevolmente ridanciana, fatta anche di scemenze ma in cui si ride di gusto, quel tipo di comicità che si fa risalire nella storia televisiva alla banda di Arbore ai tempi di Quelli della notte. In effetti non c’è mai stato tanto Arbore in tv come in quest’annata in cui Arbore non c’è.

Certo – lo ha già spiegato Nanni Delbecchi su Il Fatto di oggi – come accadeva per Arbore, per far funzionare quest’edicola ci vuole il talento di Fiorello. Ma qui sta il punto: forse per rinnovare davvero la tv, invece di partire da dibattiti, progetti, e modelli, si potrebbe cominciare a ragionare attorno a quelle poche figure che la tv la sanno fare, chiedendo prima di tutto a loro di provare a fare qualcosa. Altrimenti si continuerà a girare a vuoto.

Un’ultima cosa, un piccolo consiglio, se mi si permette, a Fiorello: va bene la satira sui politici, va bene l’autoironia sull’emittente e i suoi personaggi, ma visto che siamo in un’edicola un po’ di cattiveria in più a proposito dei giornali e delle loro trombonate ce la vogliamo regalare?