La campagna elettorale romana, con il suo strascico di promesse e impegni, è ormai al capolinea anche se resta profondamente vero l’aforisma del Premio Nobel Milton Friedman, secondo cui «è un errore giudicare le politiche e i programmi per le loro intenzioni piuttosto che per i loro risultati». Sulla “questione rom”, uno dei temi caldi di ogni disputa politica, si sono ascoltati slogan e letti punti di programma confusi e contraddittori.

La candidata 5 Stelle ha sfoggiato una posizione europeista in una lotta a tutto campo contro gli sperperi economici: «Sui rom siamo già in procedura d’infrazione per aver violato le disposizioni. E poi paghiamo 24 milioni di euro l’anno per mantenere i campi rom e le associazioni che lavorano in questi campi». Virginia Raggi si mostra male informata, visto che da parte dell’Europa non è stata (ancora!) aperta alcuna procedura e la cifra a doppie cifre si riferisce a quanto speso dal Comune di Roma nel 2013. Nel biennio successivo la somma ha subito un notevole decremento dettato dallo scandalo Mafia Capitale. Oggi restano le briciole e con quelle la Raggi dovrà spiegarci come lavorare.

Meno ambigua la posizione del candidato, prima indipendente e poi forzista, Alfio Marchini che, come fatto da De Luca in Campania, cerca la sponda del Governo per rinvigorire l’approccio del pugno duro, già rivelatosi nel passato fallimentare: «Abbiamo una rete trasversale di parlamentari che ci appoggia e presenteremo un ddl sulla sicurezza: un quadro di insieme che affronti i temi dell’accattonaggio, della contraffazione, della prostituzione, del rovistaggio. Chi viene per delinquere, va a casa sua», fingendo di non sapere che buona parte dei rom romani hanno la cittadinanza italiana e i rimanenti sono comunitari o apolidi. In una parola: inespellibili.

Decisamente più estrema la posizione di Giorgia Meloni, candidata per Fratelli d’Italia con il sostegno di Salvini. «Sei nomade? – si chiede a Matrix – allora devi nomadare», ripetendo il mantra coniato nella campagna elettorale del 2013 da Alemanno, che da sindaco è però inciampato proprio sulla “transumanza dei nomadi”.

Sul programma di Roberto Giachetti l’impegno per il superamento della logica delle baraccopoli sembra chiaro e puntuale: «Il piano prevede la chiusura di tre campi dei dieci presenti entro i primi due anni con un percorso diversificato di interventi, coinvolgendo associazioni e municipi, che articoli le soluzioni in base alla realtà del nucleo». «Con Rutelli in Campidoglio – ha affermato in un’intervista – noi facemmo un grande lavoro e la percentuale di bambini rom tolti dalle strade e mandati a scuola fu enorme».

Sono due le contraddizioni in cui cade il vice-presidente della Camera. La prima è il richiamo a Rutelli, il sindaco che ha Roma inaugurò nel 1994 la stagione dei “campi” e dell’indotto che, utilizzando il lavoro sociale, ha fatto degli insediamenti per soli rom il salvadanaio in cui drenare risorse pubbliche senza controllo. La seconda riguarda la discussa candidatura dell’ex consigliera e presidente della Commissione Politiche Sociali Erica Battaglia la cui ultima campagna elettorale era stata parzialmente finanziata da Salvatore Buzzi, il principale imputato nel processo Mafia Capitale.

Nell’inchiesta, scrive la commissione prefettizia, la Battaglia «Non è indagata […] ma la Commissione ha accertato una posizione di potenziale conflitto di interessi» tra il suo ruolo pubblico e il suo lavoro privato. Lo stesso che emerse il 27 gennaio 2014 quando alla Commissione capitolina da lei presieduta venne presentata con favore la costruzione di un “mega campo” da parte di un’ATI composta anche dalla Comunità Capodarco di Roma, di cui è presidente Augusto Battaglia, padre di Erica ed ex deputato Pd. L’affare di 10 milioni di euro, in cui voleva entrare anche Buzzi, svanì dopo la campagna promossa da Associazione 21 luglio. Giachetti promette di chiudere i “campi” ma nella sua lista c’è chi, con ambiguità, ha fatto di tutto per crearne di nuovi.

Restano gli slogan a mascherare la mancanza di idee credibili su una questione che richiederebbe un cambio “radicale”. Nei nomi e nei fatti, visto che il partito fondato da Pannella, è stato l’unico che ha saputo articolare nel suo programma delle proposte che, basandosi sulla lettura dei dati e l’elaborazione di analisi, potrebbero portare la città di Roma a risolvere in maniera definitiva la problematica legata alle baraccopoli. Ma si sa, le idee migliori sono quelle che non hanno megafono.