Milizie curde, eserciti della coalizione occidentale e forze governative sono ormai alle porte del Califfato, pronti a sfondare i bastioni delle più importanti roccaforti dello Stato Islamico. Con la campagna di Mosul annunciata da mesi, quella di Raqqa ormai imminente e la città irachena di Fallujah accerchiata dai militari di Baghdad, potrebbe bastare solo l’ultimo colpo di acceleratore per sancire la fine dell’autoproclamato Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. “Stiamo assistendo allo sgretolamento di Isis, almeno per quanto riguarda la sua entità statale – commenta il generale Carlo Jean, esperto di geopolitica e strategie militari –. Rimane da vedere se i jihadisti hanno un piano B. La perdita di queste città avrebbe conseguenze negative sull’immagine del gruppo e sul morale dei combattenti. Per risollevarlo, dobbiamo aspettarci un aumento degli attacchi in Europa e nelle aree alawite della Siria”.

Prima Raqqa e Fallujah, poi toccherà anche a Mosul
Le 300mila persone in fuga dalla capitale siriana del Califfato, secondo l’agenzia nazionale turca Anadolu che cita fonti locali, e le 4.200 scappate da Mosul solo nel mese di maggio, secondo l’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), sono fattori che indicano come la situazione nelle due roccaforti delle bandiere nere stia cambiando. Un cambiamento annunciato dalla coalizione stessa, con il lancio di volantini sulla capitale del Califfato con i quali si invita la popolazione ad andarsene, in vista dei nuovi e più intensi attacchi aerei che hanno colpito Raqqa dal 23 maggio. Se a questo si aggiungono le continue ritirate dei jihadisti di fronte all’avanzare di milizie curde ed eserciti governativi in entrambi i Paesi, si capisce come la resistenza dello Stato Islamico abbia toccato il suo punto più basso. “Stiamo assistendo allo sgretolamento del Califfato – dice Jean – e le prime città a cadere saranno Raqqa e Fallujah che sono più piccole. Più complicata la questione di Mosul, una città da 1,5 milioni di abitanti, soprattutto a causa delle tecniche di combattimento di Isis che non risparmierà attacchi suicidi e autobombe”.

Lo sgretolamento dell’entità statale non significherebbe necessariamente la fine dello Stato Islamico. “Rimane da capire se al-Baghdadi e i suoi uomini hanno pensato a un piano B – spiega il generale –. La cancellazione dell’emirato potrebbe riportare Isis alla sua struttura originaria, organizzata in cellule sparse per il territorio, simile a quella che ancora oggi caratterizza al-Qaeda”. La fine del “sogno” estremista di uno Stato islamico, unito alla perdita di importanti roccaforti e aree fondamentali per l’autofinanziamento del gruppo terroristico, avrebbe delle conseguenze negative anche sull’immagine del gruppo. “Perdere città come Raqqa o Mosul – continua Jean – significherebbe anche perdere prestigio e rispetto internazionale e tra i propri sostenitori. Il rischio per al-Baghdadi è quello di assistere a un aumento del numero di disertori, indebolendo così anche la macchina militare degli uomini in nero. Per limitare il danno al brand, dobbiamo aspettarci un aumento degli attentati in Europa e nelle aree alawite della Siria”.

Usa, boots on the ground alle porte di Raqqa. Ma la Turchia protesta
Altro segnale di un possibile attacco imminente viene dalle immagini di militari statunitensi al fianco delle milizie dell’Ypg (Unità di Protezione Popolare curda, ndr) diffuse nei giorni scorsi. Trecento membri delle forze speciali americane che indossano le mimetiche delle milizie curde, pronti a sferrare gli ultimi affondi decisivi per la caduta Raqqa. Si tratta dei soldati che Barack Obama aveva annunciato di voler inviare in Siria a sostegno delle forze del Rojava, gli stessi che il Pentagono ha sostenuto non essere impegnati in prima linea, spiegando, però, che il concetto di “frontline” è difficilmente definibile. “Questi 300 elementi – commenta Jean – sono stati inviati per rendere più efficaci i raid aerei con un sostegno da terra. Raid che, negli ultimi mesi, si sono intensificati in un contesto di ‘concorrenza’ tra le truppe statunitensi e russe impegnate nel Paese”.

La scelta del Pentagono, però, non è piaciuta ad alcuni alleati interni alla coalizione anti-Isis. Chi l’ha definita un’azione “inaccettabile” è la Turchia, preoccupata per ogni forma di sostegno data ai combattenti curdi operanti lungo il confine con la Siria. Il governo di Ankara considera i combattenti dell’Ypg legati a doppio filo con il gruppo terroristico del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan): “Si tratta di un doppio standard che denota ipocrisia perché attuato da uno dei nostri alleati nella lotta al terrore”, ha commentato il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu.

Il Califfato potrebbe cadere senza accordo sulla Siria. “Rischio nuova Libia”
L’idea diffusa fino ad oggi era quella che prevedeva l’intensificazione della campagna anti-Isis una volta raggiunto un accordo sul futuro della Siria e del suo presidente, Bashar al-Assad. Stretta di mano che, però, tarda a comparire all’orizzonte. “L’accordo sembra ancora lontano – conclude Jean –e l’azione militare degli Usa può essere interpretata anche come un modo per imporsi al tavolo dei negoziati, una sorta di risposta all’intervento russo al fianco di Assad. Rischio di una nuova Libia? È un pericolo concreto in Siria, visto che non si è ancora deciso come riorganizzare il Paese internamente, equilibrando le varie fazioni protagoniste”.

Twitter: @GianniRosini