Come Pachino per i pomodori, Andria per la mozzarella o San Daniele per il prosciutto. A Varese la Lega è un prodotto tipico. Una di quelle realtà talmente radicate sul territorio da risultare inscindibili. Eppure oggi l’impensabile è diventato possibile. Varese è una città come tante. “Colpa” di Salvini, che ha ripudiato la vecchia logica del campanile o, meglio, ha moltiplicato i campanili per cento, mille, ottomila. Varese, anzi Varés, è diventato un nome da sfoggiare su una felpa, al pari di Perugia, Monza o Roma. Sulle felpe ogni città è uguale all’altra. Così la città, un tempo culla del pensiero leghista, cartina di tornasole degli umori stessi del partito, non è più un asset strategico, non è più la città dove vincere a tutti i costi. Anzi, meglio prendere le distanze da quella base un po’ ingombrante, che ricorda troppo le radici secessioniste del partito e puntare addirittura su un candidato esterno al partito. Un “uomo del fare”, senza tessera in tasca, che possa piacere ai leghisti, ma non solo a loro.

Varese ha vissuto il suo ultimo appuntamento con le urne nel 2011. Allora il Carroccio era ancora nelle mani di Umberto Bossi e del suo cerchio magico. Era ancora considerata il perno del movimento. La capitale morale della Padania. Il luogo da dove tutto è nato. La città della prima sede, delle prime battaglie in consiglio comunale. Cinque anni fa, se pur al secondo turno, le cose andarono come sarebbero dovute andare. Vinse Attilio Fontana, l’uomo della Lega Nord. Varese è rimasta protagonista della storia leghista anche nei mesi e negli anni successivi, quelli delle lotte intestine e della prima stagione del rinnovamento, quando il partito è stato sfilato dalle mani di Bossi, travolto dagli scandali assieme a collaboratori e familiari. Dopo di lui è arrivato l’uomo simbolo della Lega in città, Roberto Maroni, che proprio a Varese nel 1985 mosse i primi passi sui banchi dell’opposizione, in consiglio comunale. Con queste premesse è difficile pensare alla città senza una guida saldamente ancorata alla storia del Carroccio. Negli ultimi 23 anni è sempre andata così: fino al 1997 con Raimondo Fassa. Dal 1998 al 2005 con Aldo Fumagalli, costretto alle dimissioni da uno scandalo. Dal 2006 ad oggi con il doppio mandato del sindaco uscente Attilio Fontana (che oggi, come annunciato da tempo, non è in lista).

La storia è fatta di cicli e quello di Varese capitale della Lega è finito quando il partito è passato sotto la guida del milanese Matteo Salvini. Così anche a queste latitudini non è più fantasia pensare ad una città senza trazione leghista. Per lui la partita varesina “non è più strategica”, come mormora qualcuno dalle retroguardie leghiste, con la voce rotta dal ricordo degli antichi fasti. Chiaramente il segretario federale non lo ammetterà mai. Anzi. Quando si spinge a calcare i palchi della provincia, la retorica è quella di una volta, le parole d’ordine nuove si mescolano a quelle di sempre. Manca però l’antica e solida certezza di avere un ruolo chiave nello scacchiere politico: “siamo diventati come Como, Monza o un qualsiasi capoluogo di provincia” lamenta qualche militante.

La Lega, comunque vadano le elezioni, ne uscirà rimaneggiata. Il candidato scelto dal centrodestra, Paolo Orrigoni, è un giovane uomo di impresa, non ha tessere in tasca e fino a prima della sua candidatura si è occupato della gestione della catena di supermercati fondata dal padre. Si presenta con una propria lista di sostegno, sul modello della lista che sostenne Maroni alle regionali del 2013. Con lui nomi noti dello sport (da Cecco Vescovi a Noemi Cantele), dell’impresa e della cultura varesina. Una lista destinata a fare ombra alle quelle di partito, dalla Lega a Forza Italia, passando per Fratelli d’Italia e Varese Popolare. Unico nome di peso messo in campo dalle corazzate è quello di Roberto Maroni. La narrazione leghista vuole che sia stato catapultato in lista dal segretario cittadino Marco Pinti con un’investitura a mezzo stampa, che il governatore ha poi accettato di buon grado. Nella realtà dei fatti, in maniera più o meno consapevole, la candidatura di Maroni ha avuto il piacevole effetto collaterale di far slittare al 23 giugno le udienze del processo che lo vede imputato a Milano per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e di induzione indebita per presunte pressioni per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due collaboratrici.

Se fino a cinque anni fa il centrosinistra si approcciava alle elezioni amministrative di Varese pensando, nella migliore delle ipotesi, a come perdere con dignità, oggi lo schieramento guidato dal Pd pensa seriamente alla vittoria. Lo fa, confortato dai sondaggi (di cui è lecito dubitare), con il candidato dem Davide Galimberti che ha messo insieme una coalizione eterogenea (c’è chi dice “troppo”), che raggruppa 5 liste: dalla sinistra un po’ chic alla lista “Cittadini per Varese” infarcita di personaggi con un solido passato nel Pdl. A complicare le carte in casa Lega Nord anche la lista presentata da Stefano Malerba, per mesi candidato in pectore del centrodestra (poi scaricato per Orrigoni) che con la sua “Lega Civica” potrebbe rosicchiare punti vitali a Carroccio &Co, soprattutto nell’ottica di un probabile secondo turno. Dato da non sottovalutare anche l’assenza della lista Movimento Cinque Stelle. Qui, dove il Movimento aveva eletto un consigliere alle passate elezioni, ma al momento di pensare alla candidatura due fazioni si sono contese l’ufficialità fino all’ultimo con il risultato di aver indotto i vertici del movimento a non concedere il simbolo a nessuna delle parti in causa. Al di là dell’esito del voto, però, quel che è certo è che la notte dei risultati non si guarderà a Varese per misurare la potenza della Lega nel suo feudo. Una realtà fotografata dall’analisi di Gianluigi Paragone, giornalista che alla Lega deve molto ma che ora liquida così l’esperienza varesina: “23 anni di potere, una grande illusione”.