I voti congelati, i banchi occupati, i cartelli e gli striscioni. I presidi in piazza, le scalate sul tetto di Montecitorio. Ma anche le mediazioni, la capacità di utilizzare al meglio lo strumento della rappresentanza, dentro le istituzioni. Erano i marziani pronti ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, ora che provano a farlo, sono diventati politici equilibristi, che camminano su una fune tesa nel vuoto e che cercano di non essere né troppo di lotta né troppo di governo. E’ una ricerca a sostenerlo, la firma la Fb Associati e il titolo è “Dentro o fuori dal Palazzo? Il Movimento 5 Stelle in Parlamento”. La società di consulenza ha analizzato emendamenti, disegni di legge presentati e approvati e collaborazione dentro e fuori dal gruppo per cercare di rispondere alla domanda che tutti, soprattutto in epoca di campagna elettorale, si pongono: come si comportano i grillini nelle istituzioni?

Secondo il report, non c’è solo ostruzionismo tra i banchi grillini. E il passaggio, questa sorta di processo di “maturazione”, è stato possibile grazie all’istituzione del direttorio a fine 2014: la scelta di Casaleggio e Grillo di delegare parte dell’organizzazione a 5 deputati ha comportato alcuni cambiamenti nella vita quotidiana in Aula. Primo fra tutti il maggior coordinamento e strategia: le astensioni ad esempio sono raddoppiate in termini relativi e le motivazioni sono quasi sempre tecniche (protesta, opposizione ecc), mentre prima erano dovute semplicemente al caos interno.

Due dati spiccano nel report della Fb Associati: la capacità di coordinarsi all’interno del gruppo e di collaborare con gli altri. In entrambi i parametri i grillini sono in testa alla classifica. Il modello a sorpresa è Bruxelles: i 17 europarlamentari di cui quasi non si sente parlare sono in una bolla al riparo dalla pressione mediatica e godono di un’indipendenza che gli permette di essere più istituzionali e inseriti nel sistema. L’esempio dei colleghi in Ue ha influito anche sui parlamentari.

Ostruzionismo? Tutt’altro  Quando pensiamo ai 5 stelle in Aula non possiamo non immaginarci i parlamentari imbavagliati che occupano i banchi del governo o che imbracciano cartelli per protestare contro un testo di legge. In realtà la situazione, andando ad analizzare il comportamento nel corso della legislatura, è diversa: la ricerca di FbLab e Associati sostiene che il loro è un atteggiamento che “non può assolutamente definirsi ostruzionistico”. Analizzando le votazioni si vede infatti come un quarto dei voti è favorevole ai provvedimenti in Aula, mentre i contrari sono “meno del 60 per cento del totale”.

Pre direttorio-post direttorioC’è inoltre un cambio dalla fase pre-direttorio a quella post: con l’arrivo di un coordinamento centrale dei parlamentari diminuiscono i no (dal 58,8 per cento al 53) e i “sì” (dal 26,5 per cento al 20,9) e invece quasi raddoppiano le astensioni (dal 12,9 per cento al 23,1%). Il cambio viene motivato con ragioni politiche: fino alla svolta del 2014 spesso le difficoltà di coordinamento del gruppo portavano alla decisione di astenersi, poi con l’investitura a leader dei 5 deputati la scelta viene motivata con “ragioni tecniche” di protesta o opposizione. Questo dimostra maggiore padronanza degli strumenti e capacità di avere un ruolo nell’arco parlamentare.

Leggi approvate – I 5 stelle hanno ottenuto l’approvazione di un loro disegno di legge: si tratta del provvedimento che toglie l’obbligo di essere residenti in Italia per sottoporsi alle verifiche antimafia. Altri 7 testi firmati dal M5s sono stati invece esaminati da uno dei due rami del Parlamento. Questi che possono essere considerati successi sono avvenuti nella fase successiva alla nomina del direttorio. Nel considerare questi dati bisogna tener presente che i grillini sono un gruppo di m5s e unioni civiliopposizione e per loro è più complicato riuscire a far calendarizzare una proposta di legge. In tutti i 7 ddl, da quello sugli orari commerciali a quello sulle auto blu, hanno accettato di fare modifiche e quindi, dice il report, si può dire che hanno “scongelato i loro voti”. In realtà non bisogna dimenticare che in molti altri casi hanno rifiutato il compromesso: i casi simbolo sono quelli del ddl sull’acqua pubblica e sullo stop al finanziamento pubblico all’editoria. L’esempio limite, infine: il ddl Unioni civili è nato grazie a una mediazione tra dem e 5 stelle, salvo poi essere sconfessato dai grillini che alla fine si sono astenuti.

Emendamenti – I 5 stelle hanno ottenuto l’approvazione al Senato di 54 emendamenti in Aula e 140 in commissione. Alla Camera – dove peraltro la maggioranza è più larga – 182 in Aula e 545 in commissione. Si tratta di dati simili, spiegano nell’analisi, a quelli degli altri gruppi di opposizione e che si differenziano tra Montecitorio e Palazzo Madama essenzialmente perché diverse sono le dinamiche tra le due Camere. I grillini sono però riusciti con il passare dei mesi a “diversificare la propria azione” e per emendamenti m5semendamenti m5s cameraquesto hanno avuto effetto su più provvedimenti. Per quanto riguarda i temi su cui si concentrano, in testa ci sono i testi analizzati nelle commissioni Bilancio, Affari costituzionali e Giustizia, ma anche rispetto ad altri in Istruzione e Lavoro. A livello qualitativo da segnalare ci sono quelli sul tema ambiente e tecnologie digitali. I maggiori successi emendativi sono stati ottenuti sul ddl Minori stranieri, Internet e dl Fare alla Camera, mentre al Senato sulla legge europea 2013, la delega Appalti e il ddl Rai.

Densità e apertura – Il rapporto analizza inoltre la “propensione di un gruppo o di un deputato” a lavorare con i colleghi dello stesso partito (densità) e con quelli delle altre formazioni politiche (apertura). Alla Camera i grillini hanno un’alta densità (sono secondi solo alla Lega Nord) e l’indice più alto di apertura (addirittura più del Partito democratico). Le collaborazioni con l’esterno in questo caso sono da collegare a un dialogo frequente con gli espulsi con cui, di norma sono rimasti in buoni rapporti. A Palazzo Madama la densità è altissima (sono primi) e l’apertura solamente dopo il Partito democratico. Al Senato non bisogna dimenticare che i 5 stelle hanno sofferto numerose defezioni, tra espulsioni e dimissioni dal gruppo.

Il Movimento bifronte, tra pragmatismo e paralisi – Dunque da una parte il M5s è un movimento politico “sempre più parlamentare”, cioè capace “di utilizzare a dovere lo strumento politico della rappresentanza”, di mediare nel merito fino a farsi approvare decine di emendamenti. Un movimento pragmatico, insomma, “che decide nel merito”, che si oppone in modo radicale al governo, ma senza rifiutare il dialogo su singoli temi.

Ma dall’altra una “opposizione di sistema” che rischia di portare a una paralisi, perché il M5s “punta tutto su coerenza e inossidabilità delle proprie posizioni generali”. Un gruppo che parla con una voce sola, è anche un gruppo che non ammette il dissenso e la libertà di coscienza (salvo poi ricordarsene in momenti delicati come sulle unioni civili). D’altra parte “secondo il suo vertice – continua il rapporto – il Movimento 5 Stelle non può essere decisivo a livello di numeri parlamentari: esserlo significherebbe sostituire con i propri voti quelli degli altri e dunque collocarsi sullo stesso loro asse”.

Tutto ciò è “cruciale nell’impostazione ereditata da Casaleggio”. L’esempio è quello di Grillo che fu costretto ad andare alle consultazioni con Renzi dopo il voto del blog: poi andò, ma mandò tutto all’aria in modo plateale rifiutando il dialogo con il segretario del Pd. E lo stesso vale per la discussione sulle unioni civili: ma “ciò che è cambiato – spiega l’analisi – è l’abilità dei vertici nel nascondere la linea politica, tramite un sapiente uso dello strumento parlamentare”. Quindi se la priorità è “non mischiarsi mai”, l’unica speranza è la capacità di restare un soggetto trasversale, che possa vincere in un ballottaggio.

Lo scontro tra farsi sistema e voglia di rimanerne fuori è alla base dell’impostazione data da Casaleggio. E allora: il gruppo parlamentare è una risorsa o un ostacolo per la volontà popolare? E questo vale per il direttorio. Quali saranno le risposte a queste domande, senza Casaleggio? La sfida del Movimento per il momento è elettorale, ma “potrebbe diventare presto una sfida di governo”. “Fallire – conclude il report – comporta il rischio di derive demagogiche, riuscire significa dimostrare che la democrazia, che la politica partecipata, può tornare di moda”.