C’è il rapper che ama giocare con le parole e che, dopo la musica, ha imparato a trasformare i suoi versi in endecasillabi sciolti. C’è la ragazza che ha vissuto una vita di violenze e che riesce a parlarne solo nei suoi componimenti. C’è il giovane che si è iscritto perché c’era una coetanea che gli piaceva, poi ha iniziato a leggere Montale e si è innamorato (della poesia). Al carcere di Bollate sono 20 i detenuti che, dallo scorso settembre, hanno seguito il laboratorio di poesia coordinato da Maddalena Capalbi, Paolo Barbieri e Anna Maria Carpi: italiani, sudamericani e nordafricani che come ogni anno hanno dato vita a una raccolta, “Una lastra d’infinito” edita dalla casa Moretti&Vitali, che verrà presentata il prossimo 21 maggio al Cam Garibaldi di Milano.

Circa 50 componimenti che raccontano la vita dei detenuti e che li aiutano a esternare i loro sentimenti attraverso l’unico mezzo di comunicazione consentito in carcere: il foglio di carta. Ad avere fondato il laboratorio alla II casa di reclusione di Bollate è stata, 12 anni fa, la poetessa Maddalena Capalbi, che per questa sua opera di volontariato è stata insignita, lo scorso anno, dell’Ambrogino d’oro, onorificenza conferita dal comune di Milano. Da tre anni a questa parte partecipa al progetto anche il giornalista Paolo Barbieri, che racconta: “Come tutti i mondi chiusi, anche quello del carcere ha un suo linguaggio, un mix di mala e burocrazia: con il nostro laboratorio cerchiamo di restituire la dignità perduta dei reclusi attraverso il gioco della poesia. Abbiamo capito che per i carcerati è molto più facile mettere per iscritto paure, gioie ed emozioni e con il laboratorio li accompagniamo in un percorso di libertà che passa anche attraverso l’uso della lingua italiana”.

Quest’anno l’antologia vedrà la prefazione del senatore Luigi Manconi e di Federica Resta, che annotano: “Scrivere poesie in carcere. Questa frase ha la stessa forza di suggestione e la stessa potenza straniante dei titoli di due libri importanti sia per la loro qualità letteraria che per il successo di pubblico ottenuto. Mi riferisco a ‘Leggere Lolita a Teheran’ di Azar Nafisi, del 2003, e a ‘Leggere Shakespeare a Kabul’ di Omar Qais Akbar e Landrigan Stephen, del 2013”. E prosegue: “E tuttavia, come è stato possibile leggere Lolita a Teheran e Shakespeare a Kabul, questo libro dimostra che è possibile scrivere versi in carcere”.