Il nipote di un boss della ‘ndrangheta, condannato in primo e secondo grado a 14 anni e 8 mesi di carcere e attualmente detenuto a Opera, finisce nella lista del Pd per le elezioni di Corbetta, cittadina di 18.000 abitanti nell’hinterland milanese. Imbarazzo nei vertici del partito. Che ora, primo caso in Italia, gli chiedono un passo indietro sul criticato modello adottato dal Movimento 5 Stelle. Passo indietro che arriva dopo la pubblicazione della notizia su ilfattoquotidiano.it. “In accordo con il candidato Sindaco Fulvio Rondena, alla luce delle polemiche emerse circa la mia parentela acquisita con una persona in carcere per ‘ndrangheta, ho deciso di sospendere la mia campagna elettorale e di impegnarmi – in caso di elezione – a dimettermi dalla carica”, scrive Alberto Lovati, 28 anni, in un lungo post su Facebook.

Prima dell’annuncio, la segretaria metropolitana ‘dem’ – con il responsabile organizzativo Paolo Razzano, che coordina le campagne elettorali nei comuni – era al lavoro per ottenere che il candidato ingombrante si ritirasse, proprio come i Cinquestelle fecero con un caso simile nel novembre 2015 in un altro comune dell’hinterland, Sedriano. Intanto Gianni Girelli, presidente Pd della Commissione antimafia in Regione Lombardia, ha rincarato la dose: “Un grave errore candidarlo: esiste una questione di opportunità, che ogni tanto qualcuno nel mio partito dimentica. Adesso, come minimo, chiarisca cosa pensa di suo zio e, più in generale, delle infiltrazioni mafiose. Abbiamo il diritto di chiedergli una presa di posizione, che sia una presa di distanza”. Ma lui, l’ormai ex candidato ha infilato uno sfondone dietro l’altro: prima nega la parentela con il boss (“Non so chi sia, mi spiace”), poi nega persino di essere a conoscenza della condanna dello zio, infine si chiude nel silenzio e si eclissa, protetto dal Pd locale che lo considera “una persona corretta, avendo dato prova del suo impegno e della sua moralità (…) non può essere messo sullo stesso piano di un poco di buono per via di una parentela acquisita (…) non ha rapporti con lo zio da un decennio”.

Sarà. Ma intanto nessuna presa di posizione, nessuna presa di distanza. Fino allo scoppio delle polemiche. Se non uno sfogo del candidato sindaco nonché segretario cittadino del Pd, Fulvio Rondena, che al telefono tradisce un certo nervosismo e dopo una serie di offese preferisce interrompere le comunicazioni, affidando il suo pensiero, senza possibilità di replica, ai social network: “Ci aspettavamo il fango, ma mai avremmo pensato a una simile bassezza”. Più che di fango, si tratta di domande, a cui il partito di Matteo Renzi per ora non risponde. La prima: perché il candidato nipote del boss ha mentito sulla sua parentela? La seconda: perché non prende le distanze dallo zio? La terza: com’è finito nelle liste Pd un ex simpatizzante Pdl che nel 2010 faceva campagna elettorale per l’allora assessore regionale Domenico Zambetti, poi arrestato assieme allo zio per voto di scambio politico-mafioso? Il candidato sindaco minimizza: “Non fece campagna elettorale, portò solo un pacco di volantini di Zambetti al mercato di Sedriano”. Nome che ricorre, Sedriano: è il primo comune lombardo sciolto nell’ottobre del 2013 per mafia.

lovati3Il Pd, da queste parti, sembra pensare soltanto a vincere, senza badare troppo alle compagnie. Il candidato sindaco Rondena è sostenuto anche da una lista civica, ‘Il Gabbiano’, che vanta al proprio interno un ex esponente di Alleanza Nazionale, un ex assessore della Lega Nord, l’ex vicesindaco ‘berlusconiano’ e pure il capogruppo uscente di Forza Italia, Andrea Balzarotti, di recente condannato (con non menzione) in primo grado a 6 mesi per violazione della privacy in una brutta vicenda: le fotografie di 16 ragazze (molte erano sue conoscenti) finirono su un sito porno a loro insaputa. Il politico ‘azzurro’ le risarcì e le studentesse ritirarono la denuncia, facendo così cadere l’accusa più grave.

Tornando al nipote del boss, per comprendere fino in fondo la storia bisogna risalire all’11 ottobre del 2012, quando all’alba scatta l’operazione ‘Grillo parlante’. E scattano le manette per 19 personaggi (17 di loro vivono nell’Altomilanese). Il più famoso è Zambetti, su cui oggi pende una richiesta di condanna a 10 anni: avrebbe comprato dalla ‘ndrangheta un pacchetto di 4 mila preferenze, pagandole 200 mila euro per farsi rieleggere al Pirellone nel 2010. A raccogliere il consenso sporco sarebbe stato Eugenio Costantino (condannato in Appello a 16 anni per sequestro di persona, con un’altra richiesta di condanna a 17 anni per mafia) referente in Lombardia per le cosche calabresi, il quale vanta contatti con il sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste (Pdl), che finisce agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione (la Procura chiede una condanna a 3 anni e 6 mesi). Ma Costantino non è il capo della ‘ndrangheta territoriale, ruolo che gli inquirenti attribuiscono a Sabatino Di Grillo, imparentato con il clan Mancuso di Limbadi. Anche Di Grillo finisce in carcere. E con lui quello che i giudici considerano il suo braccio destro: Vincenzo Evolo, zio del candidato Pd a Corbetta. E’ lui, parlando al telefono con Costantino, a lamentarsi per un appalto che il sindaco di Sedriano avrebbe promesso senza poi mantenere l’impegno: “Ma allora il rispetto, dov’è il rispetto?” In un’altra occasione Costantino chiede a Evolo una grossa cortesia: trovare un rifugio nell’Altomilanese per l’eventuale latitanza del boss Giuseppe D’Agostino, il quale nel 2011 deve scontare un residuo di pena in carcere e ipotizza di darsi alla macchia, nascondendosi al Nord. Evolo gli dà soddisfazione: “Ma certo! E me lo domandi pure?”

Di Grillo ed Evolo sceglieranno di essere processati con rito immediato: saranno entrambi condannati in primo e secondo grado, nel 2013 e nel 2015, per associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione (Di Grillo pure per sequestro di persona): il primo a 10 anni e 10 mesi, il secondo a 14 anni e 8 mesi. Evolo e Di Grillo poi, all’inizio del 2016, collezionano un’altra condanna con rito abbreviato nell’inchiesta del 2013 denominata ‘Grillo parlante 2’: rispettivamente 6 e 5 anni di carcere per estorsioni aggravate dalle modalità mafiose. Nella sentenza si legge di un chiaro disegno per infiltrarsi nel tessuto economico della Lombardia, “esportando lo stesso modello dell’associazione mafiosa calabrese, riproducendo nell’area del Magentino milanese un’organizzazione criminale analoga alla matrice originaria, dedicandosi alle stesse attività delittuose svolte dalla cosca madre in Calabria”. Di Grillo viene definito “il più autorevole esponente lombardo del clan Mancuso di Limbadi” ed Evolo la sua “spalla”.

casa vincenzo evolo (1)Una vita spericolata, quella del boss originario di Paravati di Mileto (Vibo Valentia) trapiantato a Corbetta, dove fino all’arresto del 2012 vive, adottando un profilo basso, in una villetta a schiera nella frazione di Battuello. La sua casa si distingue dalle altre, perché sul davanzale fa bella mostra di sé una statua di Padre Pio, di cui il mafioso è fervente devoto. La moglie del boss, Carmela Landro, lavora per un po’ nella casa di riposo del Comune. Nel Milanese, Evolo arriva nel 1996, dopo che l’11 luglio scampa miracolosamente a un attentato: “Venne fatto segno – si legge nella sentenza – di diversi colpi di fucile a pallettoni all’esterno di un bar di Paravati”.

Mentre si attende che il candidato ‘dem’ al consiglio comunale di Corbetta si pronunci, a parlare è un’altra stretta parente del boss, Isachiara Evolo, che commenta così il post del Pd su Facebook: “Mi rivolgo al Partito democratico. Chi cavolo siete voi a dire che Evolo Vincenzo è un poco di buono?? Lo avete conosciuto in prima persona??? Ma insomma di cosa stiamo parlando??” Dai ‘democratici’ locali, feroci contro i giornalisti che fanno domande, non segue replica.