Il balzo in avanti di Francesco riguardo al diaconato femminile riflette l’incalzare del tempo nel suo pontificato. Tra non molti mesi papa Bergoglio compirà ottant’anni e gli anni del suo governo – secondo le sue stesse previsioni – non sono tantissimi. Si ha come l’impressione di un’accelerata nella consapevolezza, che bisogna aprire il più possibile finestre, anzi brecce, di cui il successore potrà occuparsi in maniera più organica.

Nell’arco di dieci mesi il pontefice argentino ha prodotto pezzi di riforma concreti, che segnano svolte concettualmente importanti nella storia e soprattutto nell’immagine, che aveva e dava di sé, la Chiesa cattolica romana. Nell’agosto 2015 è uscito il documento Mitis Judex, con cui è stata radicalmente cambiata la procedura giudiziale per le dichiarazioni di nullità del matrimonio religioso. (Quella riforma che papa Ratzinger ha tenuto per anni nel cassetto e non ha poi avuto il coraggio di fare). La riforma di Francesco abolisce il doppio grado di giudizio conforme e recepisce aspetti della pratica comprensiva maturata nei passati decenni all’interno dei tribunali ecclesiastici.

Basti dire che per l’annullamento (per usare il termine popolare non privo di intuito elementare) possono valere anche : la “brevità della convivenza coniugale … l’aborto procurato per impedire la procreazione o l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo … l’occultamento doloso di figli nati da una precedente relazione”. Soprattutto è una riforma che rompe dopo mezzo millennio il processo di ossessivo accentramento decisionale nella mani del papato e della Curia romana, dando ai vescovi locali un potere del tutto nuovo: accertare personalmente in via extragiudiziale la nullità del vincolo matrimoniale, quando i due coniugi concordino e “gli argomenti (siano) particolarmente evidenti”. Non a caso contro il documento iniziò a circolare nei corridoi vaticani e specie negli uffici della Congregazione per la Dottrina della fede un papiello di feroce critica.

A gennaio 2016 seguì il decreto che innova stabilmente il rito della lavanda dei piedi il Giovedì santo. Francesco, appena eletto, lo aveva già cambiato inserendo donne e poi anche musulmani e mussulmane nel gruppo. Ma si trattava di una scelta personale. Ora il cambiamento è ufficiale e definitivo. E rappresenta un mutamento di significato ideologico profondo. Se, secondo la tradizione dei Vangeli, Gesù lavò i piedi agli apostoli durante l’ultima Cena, vuol dire che anche le donne sono “apostoli”. Oltre a questo significa ribadire che la Chiesa deve servire (lavare i piedi) all’umanità intera.

Poi a marzo scorso è venuta l’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia che apre la strada (seppur obliquamente con una nota a pie’ pagina che menziona genericamente i “sacramenti”) alla comunione ai divorziati risposati dopo un percorso di coscienza autocritica insieme al confessore. Adesso arriva l’annuncio della disponibilità a creare una commissione di studio sul diaconato femminile nel cristianesimo dei primordi. Un passo che può portare a destrutturare finalmente il clericalismo maschile e ostinatamente patriarcale del cattolicesimo e del cristianesimo ortodosso. Maschilismo padrone del sacro, peraltro già presente nella tradizione ebraica interrotta solamente nel XX secolo dall’apparire di rabbini donne.

Non sappiamo ancora chi farà parte della commissione e quali saranno esattamente i contorni del tema da approfondire. Parecchie teologhe in passato temevano che limitarsi al diaconato della prima era cristiana rischierebbe di creare qualcosa di secondo rango rispetto al diaconato maschile. La barriera del no di Giovanni Paolo II al sacerdozio femminile, pronunciato nel 1994, è considerata oggi invalicabile anche da papa Francesco. E c’è un documento ufficiale di ben tre cardinali dell’era wojtyliana (2001) Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, Medina Estevez (Congregazione per il Culto) , Castrillon Hoyos (Congregazione del Clero) in cui si dichiarava categoricamente che “non è lecito porre in atto iniziative che in qualche modo mirino a preparare candidate all’ordine diaconale”.

E’ fuori dubbio però che Francesco conoscesse in anticipo la domanda sul diaconato femminile, che una suora gli avrebbe rivolto durante la riunione con le superiori generali degli ordini e degli istituti religiosi femminili. E che sia deciso a compiere un passo in avanti, dando alle donne nuove riconosciute funzioni nella conduzione delle comunità parrocchiali. (D’altronde già oggi oltralpe e oltreoceano interre parrocchie cattoliche sono rette tutto l’anno da “collaboratrici pastorali”, che fanno quasi tutto tranne celebrare messa, confessare, ungere gli infermi).
La commissione, conoscendo i ritmi di papa Bergoglio, dovrebbe produrre i suoi risultati entro un anno al massimo. E allora il Papa deciderà sui nuovi ruoli delle donne nella vita della Chiesa.
Che abbia deciso di mettersi concretamente in movimento sul tema, è chiaro anche dal fatto che Francesco ha ribadito che le donne devono essere coinvolte nei processi “decisionali” della Chiesa, insistendo sul fatto che potranno essere a capo di organismi curiali. E’ una sua convinzione dall’inizio del pontificato.

Al tempo stesso questo nuovo passo rappresenterà per i settori tradizionalisti un ulteriore “strappo”.  E c’è qualcosa di paradossale nella constatazione che questo papa – così intenzionato a rafforzare il carattere collegiale della guida della comunità ecclesiale – sia poi costretto a muoversi in maniera personale, napoleonica,  perché consapevole dell’opposizione conservatrice (tendenzialmente maggioritaria) alle sue riforme, attese invece da larga parte dei fedeli cattolici.