Da tempo il cerchio incantato del Giglio era al lavoro per realizzare la magia di un rimpasto di governo, eliminando dalla compagine tutti i corpi estranei in maniera indolore. All’insaputa dei/delle interessati/e. Con particolare determinazione nel far sgombrare il campo alle ministre con il look donna in carriera anni 90 (Roberta Pinotti) o pettinate alla Caterina Caselli (Federica Guidi); dunque, non abbastanza trendy per i canoni estetici leopoldeschi del nuovo corso renziano: dopo il trionfo del push up durante il tardo impero berlusconiano e le sue “cene eleganti”, arriva la stagione del glam di provincia; praticato dal premier con i suoi calzoni strizzamalloppo e le cravatte double face dell’Upim, nel tailleur pantalone color turchinetto Jessica Rabbit della Boschi.

La nata ieri Guidi aveva facilitato il compito agli apprendisti stregoni grazie alla sua involontaria pochade, rivisitata da commedia all’italiana di Pietro Germi, del macho che la seduce, poi abbandonandola per il più sexy business petrolifero.

Ben più coriacea – invece – si stava rivelando la navigata ministra della guerra, intesa a non mollare la poltrona a cui era arrivata inopinatamente; se non altro, visto il bassissimo gradimento riservatole dal suo stesso collegio elettorale: quando, nei primi mesi del 2012, la Pinotti si candidò alle primarie per il sindaco di Genova, riuscì nella brillante operazione di arrivare ultima dei papabili.

Ma la signora è una formidabile incassatrice; e non sarà certo qualche incidente di percorso a scoraggiarla. Semmai coltiva con grande determinazione un proprio disegno carrieristico, alla cui realizzazione la poltrona ministeriale ricoperta risulta molto congeniale: diventare il primo referente della lobby delle armi; particolarmente radicata nell’area ligure di provenienza pinottiana. Sicché non tralascia occasione per gonfiare i muscoli, ostentando la propensione ad agitare “il randello più grosso”. Tradotto nelle millanterie delle migliaia di soldati in pieno assetto, pronti a partire per qualsivoglia avventura cui ci precettino alleati da blandire e industrie belliche da foraggiare.

Smargiassate che fanno rizzare i capelli al premier, democristianamente propenso a tracheggiare; comunque determinato a evitare di incastrarsi in avventure dal dubbio esito e con evidenti costi elettorali; libiche o altrimenti sabbiose.

Più la ministra con l’elmetto straparla e più cresce l’ansia di disfarsene. E in previsione di possibili aggravamenti dello scenario mediorientale, la necessità di non avere tra i piedi l’ex ragazza boy scout che si atteggia a berretto verde diventa una necessità impellente. Ma come fare, per farlo, senza sembrare di averlo fatto?

Guarda caso (?), il sito Dagospia odierno ha dato una robusta mano, scrivendo che «in occasione della firma dell’accordo da 8 miliardi di Finmeccanica con il Kuwait per la vendita di 28 caccia Eurofighter, la Pinotti avrebbe ricevuto due importanti gioielli in regalo: ufficialmente per le figlie. Nella stessa occasione, la Pinotti avrebbe ricevuto un Rolex in oro bianco, tempestato di brillantini. La ministra avrebbe tenuto segreti i regali, benché la legge la obblighi a non ricevere doni del valore superiore ai 150 euro». La Pinotti ha smentito ma, vero o falso che sia, si tratta di un non trascurabile assist per repulisti senza strascichi politicamente rilevanti; per la scopa morale che funziona a intermittenza (e non con Banca Etruria). Che oltre ai vantaggi del renzizzare ulteriormente il Renzi-team, avrebbe il vantaggio di eliminare dallo sguardo del premier chi gli ricorda l’esistenza della Liguria. Ossia la regione “buco nero” dei Claudio Burlando e delle Raffaelle Paita, cui è legato il ricordo-orticaria di uno dei più disastrosi esiti nelle ultime elezioni. Luogo che Renzi vorrebbe cancellare con tutte le sue forze. Fisicamente.

Magari con un “effetto tsunami”, ottenuto rispedendogli indietro la Pinotti.