Il buio totale della sala, la maestosità delle immagini che illuminando lo schermo arrivano a danzare con la nostra anima, anche questo è Nostalgia della luce. La settimana di Patricio Guzmán, apertasi con il suo ultimo capolavoro Le memorie dell’acqua (perché solo di capolavoro si può parlare), si chiude con quest’altra perla rarissima e preziosissima, che dopo 6 anni trova finalmente una distribuzione anche tra i nostri confini. Il regista cileno compie un vero miracolo nel riuscire a creare qualcosa di magico che vada oltre l’idea di cinema e oltre il semplice documentario, arrivando ad esplorare in maniera straordinariamente profonda il rapporto instabile del suo paese con il passato. Si dirige verso la sabbia del deserto di Atacama per confrontarsi con quel regime assassino di Pinochet che troppi hanno ignorato, ma riesce a farlo con una poesia e una sensibilità impossibili per chiunque altro; infatti nella capsula del tempo del deserto cileno, incontra astronomi che cercano risposte sull’universo, archeologi a caccia di prove sulla società del passato e donne anziane alla ricerca di resti dei propri cari scomparsi sotto l’orribile regime.

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Possono sembrare argomenti totalmente scollegati e inafferrabili all’apparenza, ma Guzmán traccia paralleli dolci e allo stesso tempo illuminanti tra tutti questi elementi come fossero legati da un’unica grande anima in grado di manipolare spazi e tempi lontanissimi tra di loro. Alla base, il suo film è un appello forte per l’uomo stesso a guardare al di là del proprio orizzonte per provare ad esplorarsi e conoscersi più in profondità e questo può significare raggiungere le stelle nel cielo o scavare alla ricerca di ossa nel terreno. Immagini sontuose si rincorrono fino a toccarsi, compenetrandosi in un montaggio magnifico quanto ambizioso. Proprio l’ambizione, che solitamente può risultare uno spaventapasseri insidioso dal quale tenersi a distanza di sicurezza, qui diventa il motore pulsante per una riflessione in movimento sulla storia, sulla conoscenza e la mortalità; una meditazione intensa sul tempo come elemento fondante di noi stessi, in cui “il presente è una linea sottilissima che se uno soffia un po’, si distrugge”.

Questo è un film che sembra donare nuovi occhi per guardare il mondo, occhi attraverso i quali sembra di vedere tutto per la prima volta, occhi che permettono di cogliere nuove forme, nuovi colori, nuovi legami. Guzmán stesso, non è mai invasivo protagonista in questo suo viaggio, ma rimane una tranquilla e costante presenza onnisciente fuori campo, in grado di accompagnarci con grazia e senza costrizioni. Si può immaginare (proprio come fa Herzog) di effettuare collegamenti analoghi tra la vastità del cosmo e i dettagli più concreti dell’esperienza umana, ma ciò che rende unico il mondo di questo straordinario autore è come riesca a mantenere ancorato questo senso di meraviglia ad una solennità e ad una sobrietà così mozzafiato. Un’esperienza capace d’inebriare qualsiasi spettatore, di una potenza visiva disarmante; un film che è allo stesso tempo personale, politico e filosofico. Pura arte.