È il 4 aprile 2016 quando Chiara (nome di fantasia), in una casa famiglia insieme alle due sorelle, scrive sul suo diario: “Finalmente ho detto tutta la verità, sono felice ora, mi sento più tranquilla, quello deve pagare per quello che ha fatto”. Chiara, 11 anni, pochi giorni prima aveva raccontato quello che sapeva sull’omicidio della sua amica del cuore, Fortuna Loffredo, morta il 24 giugno 2014, a 6 anni, dopo essere stata lanciata nel vuoto dal terrazzo dell’ottavo piano della palazzina isolato 3 del Parco Verde di Caivano dopo un tentativo di stupro. Raimondo Caputo, compagno della mamma di Chiara, è accusato dell’omicidio, ma respinge entrambe le accuse davanti al gip, durante l’interrogatorio. Chiara si riferisce proprio a lui quando scrive sul diario “quello deve pagare”.

A 11 anni la ragazzina vince l’omertà. Quella della famiglia e quella che spinge una vicina di casa a nascondere la scarpetta persa da Fortuna, probabilmente durante l’aggressione. La ragazzina racconta agli inquirenti che è stato lo stesso Caputo, 44 anni, a confessarle di avere violentato e ucciso Fortuna. Ma negli ultimi mesi sono state le bambine della palazzina a raccontare. Prime fra tutte Chiara e le sue sorelle, che hanno parlato delle violenze sessuali che sono state costrette a subire e che hanno portato all’arresto dei genitori, nel novembre scorso.

Fortuna, che tutti chiamavano “Chicca”, viveva con la mamma al sesto piano, mentre Chiara e le sorelle di 6 e 4 anni erano al settimo, la primogenita in casa della nonna e degli zii, le bambine più piccole in un altro appartamento, con la mamma e Caputo. Nella stessa palazzina il 27 aprile 2013 il piccolo Antonio, fratellino delle tre bimbe, è morto precipitando in circostanze misteriose da una finestra dell’abitazione della nonna materna. Aveva 4 anni.

La difesa di Caputo
Raimondo Caputo si difende: “Non ho ucciso Fortuna, non ero lì quando lei è caduta, né ho mai commesso abusi sessuali” ha detto durante l’interrogatorio di garanzia. Ribadisce le posizioni tenute nel corso delle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Domenico Airoma. Ha detto che non si trovava dov’è morta Fortuna, di essere “un buon padre” e di “non aver commesso mai niente”. L’avvocato della famiglia Loffredo Angelo Pisani ha invece parlato della necessità di dichiarare lo “stato di calamità criminale sui minori”, rimarcando “l’obbligo delle istituzioni di intervenire ogni giorno senza girarsi dall’altra parte”.

Di sicuro questa vicenda ha colpito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, a proposito dei crimini di pedofilia, ha auspicato un’inchiesta “rapida, ampia e severa”. A scuotere è soprattutto il contesto di degrado e omertà in cui i fatti si sono verificati e le responsabilità rimaste coperte. Nella tutela di tutti, tranne che dei bambini coinvolti.

Il depistaggio delle indagini
Subito dopo la morte di Fortuna, Caputo e la compagna avevano cercato di negare sia che la bambina fosse stata poco prima nel loro appartamento sia la presenza dell’uomo. Ma Chiara fin da subito ha sostenuto la sua verità: “È venuta a casa mia, io stavo lavando per terra. Poi lei giocava con le mie sorelle”. Ma in quei mesi le pressioni erano troppe. Veniva continuamente ripresa proprio per aver ammesso che Fortuna era stata a casa sua poco prima di morire. D’altro canto i patti erano stati chiari su quello che era accaduto. Marianna, la madre, aveva detto alla figlia “che rimaneva un segreto”. Da un’intercettazione ambientale riportata nell’ordinanza si evince che le due fossero a conoscenza del coinvolgimento di Caputo. La bimba dice: “Se andavo con Chicca… Mi uccideva pure a me… Meno male che non sono andata”. E la madre le risponde: “Ed io uccidevo pure a lui”.

In quei mesi si è fatto di tutto per depistare le indagini. “Non esce manco un poco di segreto” diceva la donna. Fino al settembre 2015 le bambine, soprattutto Chiara, sono state sotto pressione. Tra le difficoltà nel descrivere i fatti e il timore di creare un danno alla famiglia. Una paura alimentata giorno dopo giorno. Come quando Marianna prima “istruisce” la figlia su cosa dire (“dici che stava fuori al cancello, no dentro casa nostra, fuori, se te lo domandano, ha’ capito?”) e poi chiosa: “Se dici le bugie tu mi fai arrestare”.

L’omertà
Ma l’omertà non è solo quella dei diretti interessati. Anche la nonna materna delle tre bambine ripete più volte a Chiara (che vive con lei) cosa dire: “Tu dici sempre le stesse cose…non imbrogliarti con la bocca, a nonna, hai capito? Non devi cambiare parecchie parole”. In altre circostanze ci sono rimproveri e offese: “Ti mandano a chiamare sempre ‘sti scemi, non te li levi mai da dosso”, “Non devi dire proprio niente”, “Fai arrestare anche tua madre!”. Mentre alla figlia Marianna ricorda: “Tu per telefono non devi dire il fatto, qui teniamo i telefoni sotto controllo tutti quanti”. Il 2 luglio 2014, poi, in un’appartamento dell’ottavo piano, una vicina di casa degli indagati e della famiglia di Chicca racconta al figlio di aver trovato la scarpetta destra di Fortuna, persa durante l’aggressione di Caputo, ma di essersene disfatta senza consegnarla alla polizia. Perché? Per non essere coinvolta nelle indagini. Oggi sono due le inquiline del “palazzo degli orrori” indagate per false dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria.

Il coraggio delle bambine
Nelle 122 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alessandro Buccino Grimaldi si ripercorrono gli ultimi mesi trascorsi nella casa famiglia quando “allontanate dal malsano ambiente familiare in cui erano vissute fino a quel momento, non più sottoposte a continue e assillanti pressioni da parte della famiglia” affinché non parlassero con gli inquirenti “hanno tutte deciso di raccontare degli orrendi crimini commessi da Raimondo Caputo ai loro danni”. Chiara ha raccontato anche di “quando la polizia ha messo i microspini” e “lui (Caputo) li ha schiacciati e li ha buttati”. E ha descritto la scena vista pochi minuti prima che Fortuna precipitasse nel vuoto: “Lui si buttava addosso” e “Chicca gli dava i calci”. Poi “l’ha presa in braccio”. Insieme a Chiara c’era la madre. Ma non è lei a parlare. In questi ultimi mesi hanno parlato anche le sorelline di Chiara, raccontando degli abusi subiti. E lo hanno fatto altre bambine: “Chiesi a Chiara se è vero come molti dicevano nel parco, che era stato Titò (Raimondo Caputo) ad uccidere Chicca e lei mi rispose che era stato lui”. Un’altra piccola testimone racconta: “Anche la nonna di Chiara diceva che era stato Titò, l’ho sentito personalmente”. E ancora: “Un giorno la nonna era seduta sulla panchina che si trova giù al palazzo e, parlando con altre signore, disse che era stato Titò”. Tutti sapevano, ma a trovare il coraggio di parlare sono state le bambine. Quelle che qualcuno avrebbe dovuto proteggere.