L’Isis era pronto a colpire militarmente l’Italia. Così come aveva fatto col Belgio e la Francia. Il nostro Paese non è solo terra di passaggio per foreign fighters o base logistica. Ma un obiettivo del Califfato. Lo si sapeva, certo. Perché la propaganda degli uomini neri di Abu Bakr al-Baghdadi non ha mai smesso di minacciare “Roma”. Ma per la prima volta un’inchiesta giudiziaria accerta che dalle terre di Daesh è partito l’ordine di mettere a segno un attentato nella “terra dei crociati”. A dirlo è l’ultima operazione antiterrorismo tra la Lombardia e il Piemonte condotta dal Ros e da varie Digos, coordinati dalla Procura di Milano. Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa contro sei presunti jihadisti – quattro vivono tra le province di Lecco e Varese, altri due, marito e moglie, sono fuggiti in Siria per unirsi all’Isis con i tre figli piccoli – sono riportate nero su bianco le parole che un sedicente sceicco invia con un messaggio audio ad Abderrahim Moutaharrik, 28 anni, marocchino con cittadinanza italiana, kickboxer e aspirante “martire”. “Il poema bomba“, lo chiama il membro dell’Isis. “Dalle tue palme, eruttano scintille, e sgozza, che con il coltello, è attesa la gloria, fai esplodere la tua cintura nelle folle dicendo ‘Allah Akbar’! Colpisci! Esplodi come un vulcano, agita chi è infedele”. Un messaggio inviato appena venti giorni fa, l’8 aprile 2016. E’ il segnale. Il via libera per uccidere.

Una minaccia considerata “molto seria” dagli inquirenti guidati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, capo del pool antiterrorismo e magistrato sempre molto attento a misurare le parole, che ha subito sottolineato come tra gli arrestati e le stragi di Parigi e Bruxelles non ci saino legami, anche se alcune informazioni sono state girate ad altre polizie europee. Un pericolo da “allarme rosso“, secondo Lamberto Giannini, direttore del servizio centrale dell’antiterrorismo della Polizia. Nel mirino dell’aspirante jihadista – per chi indaga – c’era “Roma perché sede del pellegrinaggio dei cristiani”. Senza l’intervento degli investigatori e dell’intelligence, dunque, l’Italia poteva essere colpita al cuore. Perché a leggere bene questa storia di jihadismo radicato nel profondo Nord si capisce che il gruppo smantellato dalle nostre forze dell’ordine aveva compiuto un salto di qualità rispetto ad altri presunti terroristi finiti in manette o espulsi dall’Italia. A partire dalla struttura. I magistrati non parlano mai di “cellula“. Ma nelle carte dell’ordinanza viene immortalata una rete di contatti, che fa pensare allo stato embrionale di un’organizzazione.

E per la prima volta emerge una sorta di “catena di comando“, che dalla Siria arriva in Italia. Dove ognuno dei protagonisti di questa inchiesta sembra avere un ruolo ben preciso: c’è il combattente al fronte che fa da intermediario tra gli aspiranti martiri e lo Stato islamico, c’è una figura di più alto livello (non identificata dagli inquirenti) che impartisce ordini, c’è un reclutatore in terra nemica e ci sono soldati pronti ad arruolarsi. La figura centrale di questa inchiesta è senza dubbio Mohamed Koraichi, marocchino di 31 anni ben integrato in Italia, che dal 2008, assieme alla moglie Alice Brignoli, italiana di 39 anni, inizia un pericoloso percorso di radicalizzazione. Ilfattoquotidiano.it ha raccontato la loro storia un mese fa. Nel 2015 i due lasciano la casa di Bulciaghetto con i tre figli maschi di 7, 6 e un anno e mezzo e partono per la Siria. Dove Koraichi – è il sospetto degli investigatori – diventa un combattente con un certo prestigio tra le fila dei miliziani neri. Il 31enne è un amico di vecchia data di Moutaharrik, operaio e buon kickboxer. I due frequentavano la moschea di Costa Masnaga e l’associazione culturale “La Tolleranza” di Lecco. E l’atleta si rivolge proprio all’amico in Siria per avere la “tazkia” (una sorta di raccomandazione per entrare in Daesh), perché anche lui vuole seguire il suo esempio e andare al fronte insieme alla moglie Salma Bencharki, 26 anni, e ai due figli piccoli di 6 e 2 anni. In Italia il contatto tra i due è rappresentato dalla sorella di Mohamed, Wafa, 23 anni: una sorta di reclutatrice di aspiranti foreign fighters, che fa avere a Moutaharrik la “tazkia”. Anche lei finita in manette.

Così come Abderrahmane Khachia, 23enne marocchino, residente a Brunello, nel Varesotto, che ha iniziato ad avvicinarsi all’Islam radicale dopo la morte del fratello Oussama Khachia, 30 anni amico fraterno di Moutaharrik, espulso prima dall’Italia e poi dalla Svizzera, e ucciso dai bombardamenti contro l’Isis su Ramadi alla fine del 2015. “Da quando è morto Ousama mi sono sentito che posso… da lì ho sempre avuto il pensiero e la voglia di andare lì a trovare i fratelli, a vedere la terra, ho tanto desiderio di andare”. Confida Abderrahmane ad Abderrahim mentre le cimici degli investigatori lo registrano.

E’ proprio il “sacrificio” di Oussama la molla che fa scattare il desiderio di partire in entrambi gli amici, che, come i macellai di Molenbeek, hanno vissuto un passato da sbandati prima di abbracciare il jihad. “Una volta avevo un gruppo di amici stranieri e ci incontravamo sempre in Stazione, c’erano albanesi, marocchini e ci trovavano per bere e fare cavolate, facevo una brutta vita ma adesso mi sono svegliato” dice Moutaharrik a Khachia, che risponde: “Anche io quando ero ragazzo ho passato questo”. Dopo essere riusciti ad entrare nell’organizzazione grazie all’intermediazione di Koraichi, dal Califfato arriva, però, il contrordine. Ed è la prova dell’esistenza di una linea gerarchica. Sia Koraichi che lo sceicco (non identificato) del “poema bomba” invitano il kickboxer “a fare bene lì nei paesi dei cristiani, a Roma, in Italia”. Tradotto: inutile venire a combattere in Siria o Iraq quando si hanno obiettivi da colpire a portata di mano. Moutaharrik accetta, a patto che la sua famiglia possa raggiungere la Siria. E’ la strategia del “lupo solitario“, che esegue gli ordini impartiti dalla Siria e dall’Iraq. Il primo passo per scatenare il terrore nella “terra dei crociati”.