“Se volete arrestare Valerio Morucci e Adriana Faranda andate al quarto piano di viale Giulio Cesare 47”. Era il 29 maggio del 1979, proprio un anno dopo la strage di via Fani, quando una fonte, fino ad oggi senza volto, svelò l’indirizzo del covo-appartamento di viale Giulio Cesare e mise fine alla latitanza dei due super-ricercati. La ricostruzione inedita della vicenda è stata fatta lo scorso 27 aprile in Commissione Moro da Nicola Mainardi, maresciallo della Polizia in pensione. Tramite Dario Bozzetti e Olindo Andreini, gestori dell’Autocia, un autosalone aperto nella prima metà degli anni ’70, Mainardi venne a sapere dei movimenti dei due super-ricercati: Adriana Faranda aveva comprato lì due auto, una Citroen nel ’76 e una A112 nel ’77. “Sì, furono proprio Bozzetti e Andreini a portarci al covo”, ha assicurato l’agente che ricorda così la scena: “Loro andarono avanti, si incontrarono con i due con la scusa di fornirgli documenti falsi, attività che veniva realizzata nell’autosalone”, che sembra fosse una copertura per traffici illegali come, appunto, la realizzazione di false patenti, passaporti e carte d’identità. “In cambio della soffiata – ha detto ancora Mainardi – fornimmo due passaporti a Bozzetti e Andreini per un soggiorno all’estero di 20 giorni, come stabilito con il prefetto De Francesco“. La fonte corrisponde dunque a ben due persone (Buzzetti è già stato ascoltato ma ha negato tutto, Andreini non si è presentato inviando un certificato medico) che diedero agli inquirenti “una segnalazione secca”, esattamente come ha detto recentemente in audizione l’allora capo del commissariato della zona Montesacro, Ansoino Andreassi. La faccenda è interessante perché mette fine alla spy-story costruita intorno all’arresto dei due Br e che ruotava niente di meno che intorno al potente Kgb.

Cosa c’entrano i servizi segreti sovietici? La proprietaria dell’appartamento-covo, Giuliana Conforto, è figlia di Giorgio, classe 1908, nome in codice Dario, spia del Kbg per quarant’anni. Personaggio complesso e davvero misterioso, tanto da sembrare una invenzione per un film sulla guerra fredda piuttosto che uomo in carne ossa. Conforto fu burocrate ministeriale ma anche ”il più prezioso agente” del Kgb in Italia, come lo definì Christopher Andrew, l’autore di The Mitrokhin affair. Come accade per molte spie, gli venne costruita una identità che lo metteva al riparo da sospetti: a questo fine fu informatore dell’Ovra, la polizia politica fascista. Il suo ruolo divenne pubblico solo nell’ottobre del 1999, con la pubblicazione dei nomi di persone sospettate di essere al soldo dell’intelligence sovietica: seguì la tessitura di ipotesi alquanto incerte sul suo intervento in quel giorno di maggio. Perché Giuliana fu subito scagionata? Perché sul conto del suo importante padre non trapelò nulla al tempo del blitz, nonostante gli archivi del Viminale custodissero il suo nome? Che trattativa fu imbastita tra Conforto e lo Stato? Quale scambio fu concordato? Cosa chiese il Kgb in cambio della consegna dei due brigatisti? Nel 2006 Paolo Guzzanti, ex presidente della commissione Mitrokhin, tentò il triplo salto mortale: disse che Romano Prodi – era ormai evidente – aveva avuto al Kgb l’informazione su via Gradoli (ricordate la famosa seduta spiritica?).

Secondo fonti della Commissione, si valuta anche l’ipotesi che dietro la vicenda della “soffiata” che portò ad individuare il covo di viale Giulio Cesare ci potrebbe essere la possibilità che i due brigatisti si sarebbero in realtà consegnati, braccati da un feroce scontro interno all’area brigatista. Per evitare la vergogna di un gesto di resa, mandarono avanti i due conoscenti dell’Autocia. L’incontro che ebbero per quello scambio di documenti è anomalo: due latitanti non si presentano insieme ad un appuntamento. Per evitare il rischio di essere presi entrambi le norme della clandestinità impongono la separazione: a meno che l’intensione fosse diversa. Al tempo dell’intrigato dibattito il senatore Sergio Flamigni si sgolò per spiegare che bisognava essere perlomeno cauti: “Attenti, all’epoca del sequestro Moro Conforto era già bruciato, era fuori dai giochi, non distogliamo l’attenzione dai problemi ancora aperti sul caso Moro, dalle vere responsabilità politiche. Stiamo attenti ai depistaggi” e avvertiva: “Per scoprire la verità non bisogna lavorare su spunti suggestivi, ma su fatti concreti”. Un monito che sembra voler raccogliere l’attuale Commissione alle prese con varie istruttorie: tra le più ‘calde’ quella sul garage ‘compiacente’ di via Licinio Calvo. E’ in lavorazione anche un aggiornamento della Relazione presentata lo scorso dicembre nel quale verrà definitivamente fatto a pezzi il Memoriale Morucci-Cavedon, quello che ha ‘impacchettato’ con tante falsità la verità ‘ufficiale’ del caso Moro.