Il linguaggio tecnico/psicologico, o meglio la deriva dello psicologismo, ha ormai sovradeterminato e scarificato il significato delle cose spacciandolo per senso. Le più svariate aree d’intervento socio/psico/pedagogico sono investite da questa ormai nauseabonda semantica dello specialismo psico e dintorni, di fatto espellendo in modo supponente il fondamentale contributo dell’approccio umanista-esistenzialista (Husserl, Jaspers, Heidegger, Sartre ne sono gli ispiratori) assurdamente messo alle corde da manipoli di “scienziati” della mente che hanno scambiato l’essere umano non omologato o in difficoltà esistenziale per un’accozzaglia di sintomi psichiatriciIl logos, sostanza nella quale siamo immersi, è perennemente monopolizzato da questi presuntuosi piccoli Freud usciti da quelle facoltà di Psicologia dove gli studi di filosofia, la madre della psicologia, sono vergognosamente ridotti all’osso. Danno vita, si fa per dire, ad un linguaggio plasmato, piegato perfino a concetti di testistica/statistica, e veicolano parole serializzate e disidratate d’umanità.

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Insomma un linguaggio assonante con i nomi degli psicofarmaci che vengono generosamente somministrati (la farmacopea gongola) e che via via sostituiranno del tutto quegli psicoterapeuti ancora capaci di curare con una coscienza politico/culturale in grado di cogliere le implicazioni e le cause sociali della sofferenza, fatti fuori da funzionari della meccanica terapia prescritta dallo psichiatra. Nemmeno l’arte è risparmiata da questa ipertrofica e istupidita intelligenza: con l’ottusa e tautologica definizione arte/terapia è messo il suggello utilitaristico su ciò che per natura è inutilmente indispensabile, ovvero vitale. Ecco allora la molteplicità dell’essere creativo risucchiata da modelli integrati, racchiusi nei rapporti causali della scienza (!) psicologica che convergono e riducono ad una manifestazione di vuota, pomposa e presunta erudizione da calare sul paziente psichiatrico.

Qualsiasi artefatto, che ha sempre un’imprendibile e propria sintassi, è preso nella rete dell’auto compiaciuta banalità dell’epistemologico tout court, replicato da arte-terapeuti alle prese con il serioso, e tutto loro, dilemma sano/malato. E allora segnalo, tra le altre preziose realtà italiane che operano in tutt’altra e ostinata direzione (ovvero dalla parte del senso), che da anni a Treviso esiste l’associazione culturale “Tapu outsider art”. E’ un  collettivo che promuove la creazione di opere d’arte di qualità e realizzate da persone che vivono, per scelta o per sventura, in situazioni di marginalità sociale (abitanti degli slums, disabili, detenuti, hobo, artisti autodidatti ecc…) attivando svariate forme espressione, molta pittura, favorendone la produzione e la diffusione.

Con una propria poetica “Tapu”, libera le creazioni della diversità (qual è tutta l’arte) dalle letture omologanti degli specialisti del terapeutico-sociale. E allora l’art brut, l’arte grezza, quella non acculturata, irregolare, marginale, o che dir si voglia, vive, se ce la fa, di luce propria e misurandosi con l’idea di arte né più né meno di qualsiasi creazione artistica. L’associazione crea e organizza mostre (ovunque in Italia), incontri, scambi senza mediazioni specialistiche, eventi che vivono della testimonianza diretta dell’artista e dove i ricavati di un evento servono a sostenere quello successivo. Il campo del desiderio e della creazione artistica nelle sue articolate forme non è regolamentata, fluttua, e nell’esplorare sta dalla parte della potenza creatrice. Con orgoglio “Tapu” afferma la produzione artistica di una vita fatta anche d’ombre e limiti e non confonde la struttura d’esistenza in senso antropologico con le liberticide etichette della società disciplinare. Quella normalizzazione a cui la cosiddetta arte-terapia si è arrende tutte le volte che risucchiata dallo psicologismo arriva ad adottarne l’esangue sguardo e linguaggio.