Come ha scritto Ferdinando Boero sul Secolo XIX, l’incidente occorso all’oleodotto genovese è modesto se confrontato con l’affondamento della petroliera Haven nei pressi della costa ligure. Era il 1991 e finirono in mare 144mila tonnellate di petrolio, 90 delle quali furono bruciate; e se ne depositarono forse 50mila sul fondo. Ora i giornali parlano di 500 tonnellate, cioè 100 volte di meno. Questo incidente ha però messo in luce la fragilità delle reti idrografiche e, soprattutto, di quelle a regime torrentizio. E i timori di questi giorni su possibili acquazzoni in zona pone l’accento sulla necessità di prendere sul serio l’effetto domino. Quando una situazione meteo può aggravare una situazione di crisi ambientale e, nel caso duale, quando un’alluvione può innescare un disastro ambientale che fa più danni della stessa inondazione.

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Secondo un rapporto Oecd vecchio di più di dieci anni ci sono in Italia 1.109 stabilimenti industriali pericolosi secondo la Direttiva Seveso, più del 50% localizzati nel bacino del Po. Tra queste fabbriche, 151 sono ad alta pericolosità: 25 sono localizzate in terreni compresi in fascia C, a bassa pericolosità d’inondazione; e 6 addirittura in fascia B, a media pericolosità d’inondazione. In pratica, 6 impianti sono posti in zone arancioni, inondabili dalla piena di riferimento, dove sono vietati nuovi insediamenti e ristrutturazioni; mentre 25 sono posti in zone gialle, inondabili dalla piena catastrofica.

Le conclusioni dello studio Oecd indicavano la necessità di una revisione delle politiche di gestione del rischio, giacché il rischio di incidenti industriali provocati dalle inondazioni va inquadrato nell’ambito del rischio industriale di questi insediamenti. Lo studio consigliava di focalizzarsi sui sistemi di gestione delle inondazioni, da un lato, e di sicurezza industriale, dall’altro. Tali sistemi devono essere in grado di identificare e affrontare in modo specifico le potenziali interazioni tra inondazioni e rischi industriali, di là di un formale riconoscimento che tali interazioni siano possibili. Infine, lo studio Oecd suggeriva all’Italia di iniziare questo processo di revisione con l’esame della situazione nel bacino del Po, dove il problema era probabilmente più urgente.

La crisi economica ha reso ancor più drammatica la situazione di parecchi siti ex-industriali di quanto abbia fatto la delocalizzazione degli opifici. Il fallimento di un’industria lascia il più delle volte la fabbrica o il deposito abbandonati, senza un presidio efficace. Se sono collocati in zona inondabile e se gli edifici o i piazzali stivano materiali dal forte potere inquinante, c’è il rischio che un’inondazione dilavi queste sostanze e le trasporti a valle. Quando si tratta di sostanze solubili o addirittura di vasche o lagune colme di liquidi, le potenzialità per un disastro ci sono tutte. E l’eventuale inondabilità di altre aree più a valle accresce la dimensione del disastro.

Se un opificio è attivo, anche in caso di emergenza le maestranze possono intervenire per rimediare. Sanno dove operare e, se ben preparate, che cosa bisogna fare. Se, invece, il sito è in stato di abbandono, le cose si complicano, perché gli operatori esterni che accorrono in fase di emergenza si trovano di fronte a una situazione che non possono conoscere in dettaglio. E il loro intervento è più difficile e macchinoso rispetto a quello di operai che lavorano nel sito e ne conoscono bene le caratteristiche e le debolezze. È un altro effetto della scomparsa dell’Italia industriale.