Una dopo l’altra le banche italiane versano il loro obolo nel salvadanaio di Atlante, il fondo privato creato con la regia del Tesoro per supportare il sistema creditizio. L’obiettivo finale è una dotazione tra i 5 e i 6 miliardi di euro. Il grosso lo fanno Unicredit e Intesa Sanpaolo che verseranno fino a un miliardo ciascuna. Poi ci sono le fondazioni bancarie che nel complesso staccano un assegno di mezzo miliardo con 100 milioni a testa per Compagnia San Paolo e Fondazione Cariplo, rispettivamente primo e terzo azionista di Intesa Sanpaolo. Altri 500 milioni arrivano dalla Cassa depositi e prestiti. Circa il 10% del capitale di Atlante sarà dunque in mano a un soggetto pubblico che attinge le sue risorse dal risparmio postale degli italiani. Una quota importante ma probabilmente non così grande da incorrere in problemi particolari per quanto riguarda le limitazioni agli aiuti di Stato previste da Bruxelles.

Ubi parteciperà con 200 milioni di euro, la Popolare di Milano e la Popolare dell’Emilia Romagna con 100 milioni a testa. Poco più che simbolici i contributi di Mps (50 milioni, circa l’1% del capitale), Creval (60 milioni), Banca Mediolanum (50 milioni), Popolare di Bari (sempre 50 milioni) e Carige (20 milioni). Probabilmente non sarà della partita SGA, società nata per il salvataggio del Banco di Napoli (oggi Intesa Sanpaolo) per cui era stato ipotizzato un ingresso in Atlante con una quota fino a 500 milioni.

Dalle assicurazioni dovrebbero arrivare altri 700 milioni. Poste Vita verserà 250 milioni, Generali 150 milioni, Unipol e Allianz dovrebbero fermarsi a 100 ciascuna mentre Cattolica a 50 milioni. Non ha ancora deciso se e in quale misura partecipare AXA. Incertezza sull’atteggiamento di banche straniere come Deutsche Bank, Bnl-Paribas e Cariparma di Credit Agricole. Si sfilano dalla partita invece Mediobanca e Banco Popolare. Un “no grazie” è arrivato anche da Cometa, il più grande fondo pensione italiano che gestisce i contributi integrativi dei lavoratori metalmeccanici.

Al momento i contributi annunciati ammontano a circa 4 miliardi. Alessandro Penati che guida Quaestio capital management, società partecipata al 37% da fondazione Cariplo, incaricata di gestire il fondo Atlante, ha però dichiarato di aver raccolto numerose dimostrazioni di interesse durante gli incontri con potenziali investitori. Il fondo punta a raggiungere rendimenti del 6% da offrire ai suoi soci. Non è poco in una fase di tassi zero se non negativi. Se le banche sottoscrittrici si accontentassero di meno, crescerebbero i margini del fondo per operare con efficacia a sostegno del sistema creditizio italiano, specie nello smaltimento dei crediti deteriorati. Dato per buono il raggiungimento dell’obiettivo dei 5 miliardi la potenza di fuoco del fondo potrebbe essere ben superiore. Secondo il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, grazie all’effetto leva si potrebbero raggiungere i 50 miliardi. Si tratta della cifra che il fondo sarebbe in grado di raccogliere sul mercato emettendo obbligazioni, quindi indebitandosi. Frena però Carlo Messina, numero uno di Intesa Sanpaolo che pochi giorni fa ha dichiarato: “L’idea della leva non mi fa impazzire. Se leva ci sarà dovrà essere limitata“.

Il 70% delle disponibilità finanziarie di Atlante sarà destinato alla ricapitalizzazione delle banche italiane. Per una, la Popolare di Vicenza che vara in questi giorni una ricapitalizzazione da 1,7 miliardi di euro, il fondo è già sceso in campo togliendo le castagne dal fuoco a Unicredit che si era assunta il ruolo di garante. In pratica la banca avrebbe dovuto acquistare le nuove azioni rimaste invendute, sforzo molto probabilmente ingente vista l’aria che tira a Vicenza. Questo compito viene però ora assunto da Atlante. Al momento l’inoptato, ossia le nuove azioni che nessuno vuole, rischia di collocarsi intorno al 70%. E’ possibile che la discesa in capo di Atlante renda l’investimento un po’ più appetibile e quindi la soglia si riduca. Tuttavia è certo che alla fine dell’aumento il fondo avrà in portafoglio una partecipazione nella popolare di Vicenza significativa. Dopo la Popolare Vicenza toccherà a Veneto Banca che ha in cantiere una ricapitalizzazione fino a 1 miliardo. Qui a fare da garante è Intesa Sanpaolo ma è possibile che anche in questa operazione ci sia un intervento di Atlante. Queste due operazioni di fatto assorbirebbero quasi tutta la dotazione del fondo destinata al supporto delle ricapitalizzazioni.

L’altro 30% dei fondi di Atlante è invece destinato al mercato dei crediti deteriorati, tasto dolentissimo del sistema bancario italiano. Al momento il valore complessivo lordo delle sofferenze è di circa 200 miliardi di euro (salgono a 360 se si tiene conto anche degli “incagli”). Atlante si appresta ad agire su questo mercato con una dotazione tra 1 e 2 miliardi di euro. Il confronto tra le due cifre, rilanciato soprattutto dalla stampa anglosassone, è impietoso. La realtà è (almeno un poco) meno fosca. La partita si gioca sulle sofferenze che valgono 200 miliardi che scendono però a circa 80 se si tiene conto delle svalutazioni già effettuate e quindi del loro valore netto. Una buona fetta di queste sofferenze fa capo ai due big Intesa Sanpaolo ed Unicredit che stanno provvedendo autonomamente alla gestione dei loro “non performing loan”. La partita si gioca quindi su crediti per 30/40 miliardi di euro.

Il fondo si concentrerà sull’acquisto delle tranches di cartolarizzazioni più rischiose (cioè titoli costruiti “impacchettando” crediti deteriorati) che non possono usufruire dell’assicurazione pubblica predisposta dal Tesoro. La presenza di un soggetto non speculativo sul mercato potrebbe effettivamente far crescere le quotazioni di questi titoli e alleviare i dolori per le banche che vogliono disfarsene. Attualmente le banche italiane tengono a bilancio i crediti dubbi con valori tra il 40 e il 50% del loro valore iniziale. Il mercato però valuta questi “non performing loan” non oltre il 20% del loro valore iniziale. Quelli di Banca Etruria, CariFerrara, Banca Marche e CariChieti sono stati ad esempio ceduti al 17% del loro valore, fornendo al mercato un’indicazione che è all’origine delle turbolenze che hanno affrontato in questi mesi i titoli degli istituti italiani. Per liberarsi dei loro crediti deteriorati le banche italiane dovrebbero quindi abbassare il prezzo di vendita di un altro 20-25%. Questo però significherebbe portare a bilancio nuove perdite per miliardi di euro costringendo anche gli istituti più grandi a varare nuove ricapitalizzazioni.