Dopo anni di annunci l’Inps ha iniziato a inviare le ormai famose buste arancioni con l’indicazione della possible pensione futura di ciascuno.

Al di là dei calcoli che sono contenuti nel buste arancioni e che, come precisato da più parti, sono meno che poco attendibili in quanto basati su ipotesi di crescita stabile del Pil e di continuità della carriera lavorativa, quello che lascia attoniti sono lo stupore a l’allarme che essi generano quando ipotizzano pensioni più basse ed età del ritiro più elevate che nel passato. Ciò era implicito non solo nell’ultima riforma Fornero, ma già nella riforma Dini del 1994 che dichiarò la morte del sistema retributivo e il passaggio progressivo a un contributivo puro.

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Tutte le riforme fatte da allora fino all’ultima del 2011 hanno avuto lo scopo ben dichiarato di ridurre il cosiddetto “tasso di sostituzione” che indica la percentuale del reddito derivante dalla pensione rispetto al reddito che si aveva immediatamente prima e i calcoli delle buste arancioni non fanno altro che prendere atto del fatto che con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo tale fattore scende. Scende regressivamente, cioè la riduzione è più alta per i redditi bassi e diminuisce progressivamente con il salire dei redditi fino a invertirsi di segno per i redditi alti che, dal contributivo puro saranno beneficiati rispetto a quanto avevano con il sistema retributivo.

Questo effetto è dovuto alla regressività del vecchio sistema retributivo che riduceva i coefficienti di calcolo della pensione per ogni anno di anzianità in funzione dell’aumentare del reddito.

In parole povere – ma ciò era arcinoto a tutti – il sistema retributivo aveva in sé una componente assistenziale che era molto alta per i redditi bassi e medi e diminuiva con il reddito fino a generare, per i redditi alti, una pensione inferiore a quanto avrebbe dovuto erogare un sistema completamente previdenziale.

Le varie riforme, implicitamente, hanno voluto tagliare queste forme di assistenza che erano divenute economicamente insostenibili per la massa degli assegni coinvolti e che erano anche immotivate dal punto di vista assistenziale quando a beneficiarne erano (anche) evasori contributivi.

Con poche e basiche nozioni di calcolo attuariale e disponendo dei contributi che ciascuno versava anno per anno, sarebbe stato possibile a chiunque concludere rapidamente che le uniche due alternative possibili sarebbero state una pensione molto più bassa che con il sistema passato oppure la continuazione dell’attività lavorativa fino a età molto avanzata.

Tutto ciò non si scopre oggi con le buste arancioni e, casomai, piuttosto che stupirsi occorre capire come ciò si collochi nel duplice scenario previdenza/assistenza e quali eventuali rimedi siano possibili.

Dal punto di vista squisitamente previdenziale il nuovo sistema non fa una piega: tanto puoi versare (o, per gli evasori contributivi: decidi di versare), tanto avrai di pensione; tanto più a lungo decidi (o: puoi) lavorare, tanto più alta sarà la tua pensione.

Ciò è ineccepibile in una Società che riconosca all’individuo la libertà di costruire il proprio futuro e che accetti la stratificazione dei redditi lordi lasciando alla fiscalità il compito di equilibrare entro certi limiti i redditi netti, ma certamente non tiene conto della necessità di assistenza.

A mio avviso è completamente giusto che chi legifera in materia previdenziale non preveda assistenza; quest’ultima deve essere attuata nell’ambito di criteri di solidarietà sociale a carico della fiscalità generale, perché il fatto che taluni individui non possano auto sostentarsi è un problema del quale deve farsi carico la società nel suo complesso, prevenendo che alcuni si sottraggano a questo compito (evasori fiscali) e che altri ne approfittino (evasori contributivi seriali, falsi invalidi e falsi indigenti).

Quanto ai rimedi possibili, non mi pare ci sia da essere ottimisti; il ricorso a fondi pensionistici integrativi che le buste arancioni sembrerebbero volere indurre sarebbe possibile solo se si abbassasse drasticamente la tassazione dei redditi; non si vede infatti come chi ha un reddito di 2.000 € lordi (che gli darà dopo 40 anni di lavoro e pensionandosi a 60 anni una pensione di circa 1.300 € lordi al meglio) possa sottrarre risorse dal suo netto mensile di circa 1.500 € per farsi una pensione integrativa e pertanto l’unica via sarebbe quella di una riduzione sostanziale delle aliquote di tassazione; questo però creerebbe una voragine nei conti dello stato, voragine che non sarebbe pensabile colmare innalzando le aliquote marginali già molto elevate, cosa che tra l’altro non produrrebbe un gettito sufficiente.

Neppure i tagli alla spesa pubblica (per altri motivi doverosi) servirebbero, in quanto la forsennata e insensata spesa dello Stato va comunque a generare redditi, ancorché spesso elargiti in modo clientelare e iniquo.

Quindi, per quanto fantasioso e difficile ciò possa sembrare, l’unica via possibile è quella di un incremento significativo (non frazioni decimali, ma punti interi e copiosi) e stabile del Pil che allarghi la base contributiva e consenta di mantenere un gettito fiscale adeguato mentre si riducono le aliquote ai redditi più bassi. Ciò imporrebbe un radicale cambiamento di attitudini, equilibri tra i poteri, visioni e regole, che non si vede all’orizzonte.

Purtroppo sembra che l’arrivo delle buste arancioni, anziché indurre a elaborare possibili soluzioni provochi esplosioni di rabbia e frustrazione; il ché è comprensibile (solo fino a un certo punto) in chi non abbia fatto precedentemente qualche riflessione sul senso delle varie riforme delle pensioni, ma è certamente inaccettabile in leader politici che manifestano stupore e sdegno per uno scenario che non potevano non conoscere a meno di non dichiararsi inadeguati al loro ruolo per manifesta incapacità di analisi.

Resta da comprendere l’intento del presidente dell’Inps Boeri che tanto ha voluto la spedizione delle buste arancioni; se lo scopo era quello di sensibilizzare più cittadini sul problema innescato dalla insostenibilità economica dell’assistenza diffusa abbinata a un Pil stagnante e dalle riforme pensionistiche che ne sono scaturite, certamente lo ha raggiunto. Se però volesse promuovere non il panico ma la ricerca di soluzioni praticabili, dovrebbe aggiungere qualche ipotesi di intervento al di fuori dell’ambito dell’Inps, dato che non è lì che il problema si può risolvere, ma dovrebbe commettere un’invasione di campo.

A meno che la sua operazione non sia mirata (anche pregevolmente) a far crescere la pressione su chi governa (e su chi governerà) in modo che si ponga lui il problema di come cambiare a medio e lungo termine lo scenario altrimenti inesorabile. Ma raramente i politici ragionano a lungo termine; quello lo fanno solo gli statisti.