Se Urbano Cairo stesse scalando la Rcs per conto di qualcuno, i vecchi oligarchi spompati potrebbero tirare un sospiro di sollievo. Ma l’inesorabile disfacimento obbliga all’estremo supplizio: vedere il Corriere della Sera, Sacro Graal del potere economico, in mano a un ex segretario. Peggio, all’ex segretario di Silvio Berlusconi, il parvenu tenuto per decenni ai margini del salotto buono. I sedicenti capitani d’industria hanno distrutto la propria ricchezza e poi per molti anni hanno difeso il loro potere distruggendo risparmi altrui. La Rcs, nobile decaduta, si è ridotta a inquilina del suo palazzo. Cairo vent’anni fa si è presentato in via Solferino 24 per la raccolta pubblicitaria dell’inserto Tv Sette, e adesso si prepara a entrarci da padrone. Cairo è un editore puro, perché fa solo quello. Puro non vuol dire immacolato. Era puro Angelo Rizzoli che negli anni ’70 consegnò il Corriere alla loggia P2. Non era puro l’avvocato Agnelli, a cui dopo la P2 Giovanni Bazoli affidò la purezza del Corriere, e che nel 2002, sul letto di morte, chiese a sua volta al banchiere bresciano di vegliare sul Corriere, come su un gioiello di famiglia.

La purezza per gli editori impuri significa non stampare notizie impure, cioè sgradite agli azionisti o agli amici politici e non. Tanta purezza ha messo la Rcs in mano a un patto di sindacato con 13 partecipanti, un condominio litigioso che ha distrutto l’azienda. Dieci anni fa l’amministratore delegato Vittorio Colao, che l’allora presidente Cesare Romiti chiamava con disprezzo “il contabile”, voleva comprare La7 per competere ad armi pari con la Mondadori collegata a Mediaset. Colao fu cacciato con ignominia. In dieci anni la Rcs ha dimezzato il fatturato e si è indebitata comprando in Spagna il gruppo editoriale Recoletos, un’operazione che puzza di bruciato da lontano.

Così Cairo trionfa sulle macerie. Si completa la tipica parabola del fattore che s’impadronisce dei tenimenti che amministrava. Nel 1982, 25enne appena laureato alla Bocconi, viene assunto da Berlusconi come assistente e ha inizio una breve ma intensa simbiosi. Cairo acquista fama di grande lavoratore, primo ad arrivare e ultimo ad andarsene dagli uffici Fininvest di via Rovani. Vuole la leggenda che tra le sue onerose mansioni ci fosse anche l’assistenza all’attrice Veronica Lario, amante di B. (ancora sposato con Carla Dall’Oglio) e quindi ospitata nella mansarda di via Rovani in attesa di matrimonio.

Il giovane Cairo è ambizioso e ha un concetto di sé così alto che, quando Silvio e Veronica si sposano nel 1990, sceglie come regalo di nozze un proprio ritratto, olio su tela della pittrice Lila De Nobili. Nel 1991, dopo un solido apprendistato con Marcello Dell’Utri a Publitalia, concessionaria pubblicitaria del Biscione, diventa amministratore delegato della Mondadori Pubblicità. Ottiene ottimi risultati, ma il primo dicembre 1995 viene licenziato, “dalla sera alla mattina”, dirà lui. Il dettaglio indicibile è che pochi mesi prima, il 4 luglio ’95, l’ormai lanciato manager 38enne chiede il patteggiamento nel processo per false fatturazioni e appropriazione indebita intentato dalla procura di Milano contro 37 esponenti Fininvest, capitanati da Dell’Utri. Cairo è coinvolto con la sua società Publivis e con ben sette parenti: padre, madre, ex moglie, due sorelle, fratello e cognato. Il pm Gherardo Colombo è convinto di aver trovato le prove di un complesso sistema di false intermediazioni di contratti pubblicitari con cui gli uomini di B. producono grandi quantità di soldi in nero da destinare 1) a se stessi come premio esentasse, 2) ai clienti che hanno comprato la pubblicità per premiare un po’ anche loro, 3) a eventuali tangenti. Cairo rompe il fronte della fermezza, cioè del negare tutto gridando al complotto delle toghe rosse. Chiede il patteggiamento e chiude la partita incassando una condanna a diciannove mesi. Pochi mesi ed è cacciato dal gruppo, carico di soldi e di segreti.

Si mette in proprio, in concorrenza con l’ex padrone. In realtà non è mai guerra vera né dipendenza. Alla vigilia della scalata alla Rcs Cairo ha incontrato B. ad Arcore, ma non per prendere ordini. La non belligeranza lo accompagna alla quotazione in Borsa nel 2000 e a diventare il concessionario di pubblicità di La7, suo obiettivo fin dal primo giorno. Strappa al padrone di allora, Marco Tronchetti Provera, un contratto vantaggiosissimo: all’aumentare della raccolta pubblicitaria salgono talmente le sue provvigioni che per La7 diventa anti economico investire sugli ascolti. Cairo cresce. Nel 2005 si compra il Torino e la squadra di calcio completa il suo ritratto, come ha imparato dal maestro. Quando alla guida di Telecom Italia arriva Franco Bernabè, tocca al fedele Gianni Stella, detto “er canaro” per la delicatezza dei modi, trattare il rinnovo del contratto con Cairo. Lo scontro è talmente duro che la concessionaria rischia di perdere il cliente decisivo. Vale oltre la metà del giro d’affari, per Cairo significherebbe fallire in due ore. Per raffreddare gli animi interviene direttamente il presidente del Consiglio Berlusconi: in una riunione a palazzo Grazioli ricuce l’accordo garantendo a La7 sei milioni di pubblicità Mediaset: il minimo garantito torna al livello desiderato.

Scavalcato l’ostacolo, Cairo riparte di slancio e tre anni fa si compra direttamente La7. Telecom Italia gliela regala perché perde 60 milioni l’anno e gli dà anche la dote per coprire due anni di rosso. Cairo in sei mesi riporta i conti in pareggio senza toccare un minuto di palinsesto e un euro della dote: “C’erano fornitori che imbrogliavano e anche qualche dipendente infedele”, dirà. Comincia a preparare la grande rivincita e a suo modo la preannuncia: “Ho l’impressione che alcuni editori italiani non siano interessati a vendere. Presidiano uno spazio, per ragioni d’interesse finanziario o politico, per proteggere altre loro attività”. Oggi, in Borsa, Cairo Communication vale nettamente più di Rcs. Mentre gli azionisti di via Solferino sacrificavano l’azienda alle loro miserabili lotte di potere, Cairo ha vinto facendo l’imprenditore, l’editore puro. Che non vuol dire immacolato.

da Il Fatto Quotidiano del 13 aprile 2016