Ho atteso un bel po’ prima di cimentarmi, affinché l’eco della morte di Umberto Eco si smorzasse. D’ora in poi sopravvivranno i rimpianti, sempre più fievoli, e gli anniversari: nascita e morte a passo 1, 10, 25, 50 e 100; e qualche altra ricorrenza, come la data di pubblicazione del Nome della Rosa o del Diario minimo, con l’indimenticabile Fenomenologia di Mike Bongiorno. La sua volontà testamentaria avrebbe escluso Passo-1 e Passo-10, ma chissà se verrà rispettata. Se non saremo accorti, la semiotica potrà invece scomparire dall’università italiana, magari a favore di discipline ben più interessanti come la finanza creativa o l’idrologia marziana.

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Con Eco, un gigante della cultura, scrittore totale a suo agio con grandi tomi come con brevi corsivi, ho poco da condividere, da manovale della scienza e proletario dell’ingegneria. Soltanto il terrore per i vigili genovesi, come raccontava il funambolico Edoardo Sanguineti nel ricordare quando, quarant’anni fa, l’ospitò in quella città. Quello sì.

La nostra accademia potrà mai ospitare un altro Eco? Non dico un Sanguineti, perché la presenza di un poeta è un fatto pressoché irripetibile nell’università italiana del terzo millennio che, forse, si sta ispirando ai canoni dell’Alto Medioevo, in particolare a quelli arabi del potere califfale, piuttosto che alla tradizione di Bologna o di Oxford. E non condivide nei fatti «l’ultima ragione per cui il ruolo delle università è ancora fondamentale, soprattutto in un mondo che diventa sempre più virtuale: le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora faccia a faccia, in cui giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali», come disse Eco nel 2013.

Nella sua carriera universitaria Eco ha insegnato a Torino, Milano, Firenze e, infine, Bologna, che lo chiamò in cattedra nel 1975 a 43 anni su una “strana” disciplina, la Semiotica. Traiettorie come la sua potranno ancora vivere nell’università italiana, stretta tra la competizione quotidiana, la discussa Vqr e la mobilità negata? Dove i budget risicati vengono gestiti dagli adoratori del foglio Excel™ su mandato delle diverse tribù? E dove le classifiche internazionali – sia individuali come Scopus o Google Scholar, sia istituzionali come la QS University o l’ARWU di Shanghai – vengono applicate con rigore ai propri avversari e interpretate per gli amici e, se del caso, completamente disattese, foglio Excel™ alla mano?

Tra gli infiniti commenti, sparsi per il globo, mi è rimasto impresso quello del Washington Post: «Eco fu anche capace di colmare il divario tra cultura popolare e intellettuale». Come lo è stato Dario Fo, il quale proprio per questo ha avuto il premio Nobel, che forse anche Eco avrebbe meritato. Un grande alessandrino, anzi, un grande mandrogno, come i liguri e gli stessi piemontesi amano chiamare i nativi di quella città, patria di colossali ciclisti e sommi calciatori. Ma Umberto Eco, anche per come ha saputo interpretare il proprio ruolo accademico, tra i mandrogni è stato davvero il più grande. 

Nota Finale: come ricorda Michele Cogo, lo stesso Eco spiegò significato e origine del termine ‘mandrogno’: “Mandrogne è un paesino vicino ad Alessandria, i cui abitanti sono considerati […] un’isola razziale, non si sa se di origine zingara o saracena (e ne avevano i tratti somatici, belli, alti, capelli crespi e naso aquilino). Praticavano il commercio di pelli di coniglio, e vigeva tra loro un’omertà quasi siciliana. Per metonimia o sineddoche, e per indicare un carattere chiuso, astuto e testardo, il termine mandrogno è stato esteso a tutti gli alessandrini in genere”.