La scorsa settimana sono iniziati i primi trasferimenti di migranti dalla Grecia alla Turchia, come previsto dall’accordo dell’Unione Europea col governo di Ankara, per una sorta di “scambio dei prigionieri” tra i profughi giunti illegalmente sulle coste europee e i richiedenti asilo presenti sul territorio turco.

Nel frattempo la Commissione Europea pubblica un comunicato stampa in cui mette in discussione il proprio sistema comune di asilo e in cui il primo vicepresidente Frans Timmermans dichiara il “bisogno di un sistema sostenibile per il futuro sulla base di norme comuni, di un’equa ripartizione delle responsabilità e di canali legali sicuri per l’arrivo nell’Ue delle persone bisognose di protezione”.

Rifugiati scortati dalla  polizia turca  dopo il loro  arrivo dalla  Grecia -  Ansa

Un monito che acquisisce ancora più valore pensando alle oltre 500 persone che nell’arco dei primi tre mesi del 2016 hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa. Un numero che rischia di crescere vertiginosamente, anche considerando gli effetti che l’accordo tra Ue e Turchia e la chiusura della rotta balcanica avrà sulla scelta delle rotte dei migranti.

Sono, infatti, bastate meno di ventiquattro ore dall’ufficializzazione delle trattative perché riprendessero le traversate del Mediterraneo dalla Libia verso l’Italia e i trafficanti di esseri umani si mettessero in moto pregustando il prossimo record di incassi, perché oggi come sempre, la chiusura di una rotta porta inevitabilmente alla ricerca di una nuova.

Lo stesso è accaduto lungo la rotta balcanica, dove la chiusura delle frontiere ha prontamente trovato una risposta in un servizio di taxi che per un migliaio di euro a persona attraversano il confine fra Serbia e Bulgaria. Nel frattempo gli stessi migranti intentano percorsi alternativi per oltrepassare la frontiera tra Grecia e Macedonia, attraversando fiumi e aggirando recinzioni, e non saranno certo i lacrimogeni e i proiettili di plastica sparati dalla polizia macedone a cambiare questa realtà.

Nel mentre il campo croato di Slavonski Brod, al confine con la Bosnia Erzegovina, da centro di accoglienza per l’identificazione e il ristoro dei rifugiati in transito, si è trasformato in una sorta di prigione a cielo aperto con oltre 200 persone (di cui 65 minori) detenute senza possibilità di uscire, come denuncia il reportage di Anna Meli sul sito della ong Cospe.

Uno scenario che fa riflettere, sia per la difficile sostenibilità di gestione nel lungo periodo, sia per la mole di investimenti economici che ciascun paese e l’intera Unione Europea sta sostenendo per tenere chiuse le frontiere.

Dopo l’accordo con la Turchia, l’Ue rischia di sprecare montagne di euro per finanziare una Grecia in recessione economica che potrebbe non riuscire ad affrontare il carico di questa emergenza umanitaria, inoltre sovvenzionando una Turchia instabile e di dubbia credibilità. Lo Stato di Ankara non ha infatti mai riconosciuto la convenzione di Ginevra ed è stato in più situazioni accusato di violazione dei diritti umani, ad esempio con i curdi. Da questo accordo la Turchia sembra dunque essere l’unico paese a ricavarci degli esiti positivi. Oltre ai cospicui finanziamenti economici, i cittadini turchi viaggeranno in Europa senza richiedere un visto e il numero di migranti rinviati sul suo territorio sarà pari a quello di coloro che otterranno asilo in Europa.

Come ha affermato Vincenzo Fontana durante la presentazione del suo libro Critica a Rights of man di Thomas Paine: “Persino dagli scritti di questo celebre filosofo e politico del XVIII secolo si evince che l’asilo dovrebbe considerarsi uno dei diritti naturali dell’essere umano, in quanto il diritto alla vita e quindi all’accoglienza in situazione di bisogno dovrebbe essere garantita all’intera umanità”.

Ma se questo sembra essere un principio auspicabile dal pensiero di uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, lo stesso non pare possibile per l’attuale politica dei tanto agognati Stati Uniti d’Europa…