Nella mia prima e unica esperienza parlamentare nella XIII legislatura fui assegnato alla Prima Commissione Affari Costituzionali del Senato in quanto ricercatore confermato di diritto costituzionale italiano e comparato. Con l’entusiasmo del neofita quando presentavo in commissione emendamenti aggiungevo la motivazione, cioè a cosa serviva e quali problemi intendeva risolvere. Nella stampa degli atti, però la motivazione scompariva. Ho chiesto spiegazioni ai funzionari e mi spiegarono che si era sempre fatto così. Poi mi fu fatto capire che avrei messo in imbarazzo i miei colleghi e che non stava bene darsi delle arie. La mia fonte di ispirazione era stata la Spagna democratica dove a ogni testo di legge era premesso Motivos de la ley, così che la cosiddetta volontà del legislatore fosse chiara a tutti e non solo agli esperti costituzionalisti. Col senno di poi avrei dovuto insistere, così chi presentava emendamenti del tipo Tempa Rossa avrebbe dovuto motivarli: forse ci sarebbe stato da ridere, perché le motivazioni vere non sarebbero mai state scritte.

Sono stato relatore di ddl importanti, per 5 anni ho avuto il monopolio della legge comunitaria che doveva dare attuazione alle direttive comunitarie. Poco alla volta cominciai a capire il ruolo di essere relatore: si doveva tener conto degli equilibri politici complessivi e della posizione del governo. Sia chiaro anche che un emendamento non poteva passare se il relatore dava parere contrario. Un emendamento ha bisogno di avere a disposizione un progetto di legge di sicura approvazione, tipo il Milleproroghe o, una volta, la legge Finanziaria: non basta che un emendamento sia giusto, ma anche tempestivo.

A distanza di anni devo confessare che approfittai del mio potere, quando si trattò di dare attuazione alla direttiva sull’igiene alimentare. In un sistema bicamerale bisognava sapere in quale ramo del Parlamento presentarlo. Una volta, con presidenti più esperti, la loro struttura vigilava che emendamenti respinti da un ramo non spuntassero nell’altro: con Tempa Rossa non è successo. Devo confessare che amo i prodotti tipici della nostra Italia e mi resi conto che se passava così com’era, i formaggi di fossa e il lardo di Colonnata sarebbero stati condannati alla sparizione, come tanti altri prodotti lavorati non in contenitori inox e in laboratori senza pavimenti in linoleum. Allora introdussi un emendamento per cui, quando determinati metodi di conservazione e lavorazione fossero essenziali per le qualità organolettiche di un prodotto, si potesse derogare ad alcune prescrizioni. Passò senza problemi, si continuò a fare formaggi nelle malghe di alta montagna anche se non avevano due bagni e i pavimenti in linoleum.

In una assemblea di presentazione delle ragioni del NO al referendum costituzionale, un cittadino anziano mi chiese di spiegargli cosa significasse l’ultimo periodo del terzo comma dell’art. 39 (ora 40 in A.S. 1429 B e A.C. 2613-B del ddl di revisione costituzionali A.C. 2613) che recita: “Restano validi ogni effetto i rapporti giuridici, attivi e passivi, instaurati anche con i terzi”. Ho risposto che una norma del genere non c’entra nulla con una Costituzione sia pure come norma transitoria e finale. Non ho approfondito chi abbia introdotto la norma, non presente nel testo iniziale, ma intendo fare un appello alla decenza e agli artt. 54 e 67 della Costituzione per i quali “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina (non di partito) e onore” e “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione“: o si chiarisce di che si parla o si stralcia. Sono sicuro che l’ex ministro Guidi non c’entra: non sento in quelle parole odor di petrolio, ma la ministra Boschi sicuramente sì.

Di Felice Besostri: Avvocato, promotore del Comitato del No
Da Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2016