Uno spreco di almeno 300 milioni di euro, 25 anni di immobilismo, inchieste giudiziarie, il timore di interessi speculativi e il ricordo delle mani della camorra che dice: “Bagnoli sta bene dov’è”. Ha un nome lo scandalo da 200 ettari sotto la collina di Posillipo, di fronte all’isolotto di Nisida: disastro ambientale. Questo e altro dietro la guerra iniziata nel 2014 tra il governo di Matteo Renzi e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris sul futuro di Bagnoli. Non c’è più tempo, bisogna bonificare l’area avvelenata dai detriti delle fabbriche. Quella in cui nel 1885 sorgeva un borgo residenziale e di villeggiatura termale. E dove, un secolo dopo, il sogno della Napoli operosa e industriale ha prodotto un mostro. E migliaia di disoccupati. Se l’obiettivo principale è chiaro, sono diverse le modalità per realizzarlo. Commissario straordinario, cabina di regia e nuovo programma è la ricetta del premier per porre rimedio a “una vergogna nazionale”. Ma De Magistris pretende più potere decisionale per gli enti locali e dei paletti ben fermi: nulla contro i privati, purché non scrivano le regole da soli. Puntando i piedi il sindaco si sta giocando molto sul piano politico. È ancora incerta la sua partecipazione alla cabina di regia prevista per il 6 aprile alla prefettura di Napoli. De Magistris ha già disertato le ultime convocazioni. Le pressioni non mancano: Bagnoli rischia un’ennesima occasione persa. In tal caso addio spiaggia, addio bonifica.

Il duello tra Renzi e De Magistris
La riunione su Bagnoli si svolgerà a una settimana dall’ultimo scontro tra premier e sindaco. Renzi parteciperà, insieme al sottosegretario a Palazzo Chigi e presidente della cabina di regia Claudio De Vincenti, al commissario Salvatore Nastasi e al governatore Vincenzo De Luca. Le parole di De Magistris non fanno presagire alcuna tregua: “Il commissariamento, che vìola la Costituzione, ha rallentato anche la bonifica”. Poi la stoccata sui principali responsabili dello scempio che “appartengono al Partito democratico”. L’accusa è diretta ad Antonio Bassolino (prima sindaco e poi governatore), ma anche alla candidata del Pd alle Comunali, Valeria Valente, assessore della giunta Iervolino “che non ebbe nemmeno un sussulto di dignità nel costituirsi parte civile nel processo per disastro ambientale”. Le reazioni non si sono fatte attendere. Anche quella di De Vincenti: “Basta con le pagliacciate”. E se il duello tra Renzi e De Magistris va avanti dall’autunno del 2014, la storia ha radici molto più profonde.

Il sogno diventa incubo
L’Ilva divenne Italsider nel 1964, ma già negli anni Sessanta si iniziò a pensare a una possibile riconversione. L’Eternit chiuse nel 1984, l’Italsider nel 1992. Dal 1994 si contano una serie di progetti di bonifica mai realizzati. Il primo tentativo concreto fu la creazione (dall’Iri, quindi dallo Stato) della Bagnoli Spa, entrata in funzione nel 1996. Ripartendo dalle ceneri delle acciaierie quell’area avrebbe dovuto cambiare volto: erano già stati stanziati dal Cipe 343 miliardi di lire, più altri 25 per recuperare la spiaggia. La bonifica non partì e nel 2001 il Comune, guidato da Bassolino, acquisì le aree ex Italsider ed ex Eternit, con l’eccezione dei terreni ex Cementir di proprietà del gruppo Caltagirone.

Lo Stato fa fallire lo Stato
L’anno dopo si diede vita alla Bagnoli Futura (società di trasformazione urbana partecipata da enti locali), a cui furono affidate le aree. Un anno fa la Fintecna (azienda di Stato controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti) ha notificato al Comune una citazione per 189 milioni a titolo di corrispettivo per l’acquisizione dei suoli ceduti nel 2000 da due aziende poi confluite nella società statale. Il Comune acquisì quelle aree e le trasferì alla Bagnoli Futura perché ne ultimasse la bonifica, ma non le pagò per intero. Sempre in quegli anni furono stanziati fondi per altre decine di milioni, senza risultato.

Nel 2011 la Procura bloccò le regate di Coppa America perché mare e sabbia erano (e sono) inquinati. Ad aprile 2013 le aree di ex Italsider ed Eternit furono sequestrate su disposizione della Procura di Napoli che indagava per disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato. Iscritti nel registro del pm 21 ex dirigenti di enti locali e della Bagnoli Futura (18 le persone rinviate a giudizio). I conti disastrosi (circa 190 milioni di euro di debiti) portarono al fallimento, il 29 maggio 2014. Quel giorno il tribunale di Napoli stabilì che la Bagnoli Futura non avesse alcuna possibilità di pagare il debito di 59 milioni nei confronti della Fintecna per la vendita dei suoli di sua proprietà.

Già, Fintecna. Chiedendo in tribunale il versamento dei crediti, diede il colpo di grazia a Bagnoli Futura. Lo Stato che manda in fallimento lo Stato. Morale: dei 268 milioni di euro stanziati, ne sono stati spesi circa 136. Solo 82 per la bonifica. Che sulla carta è al 60 per cento dei suoli, ma la procura di Napoli ha ritenuto quei terreni “più inquinati di prima”. E resta ancora la colmata: una collina di rifiuti industriali accumulati su 220 ettari sottratti al mare.

Il commissariamento
Ad aprile 2014 il Comune ha sottoscritto con il governo un accordo di programma per ricostruire Città della Scienza al quale veniva affiancato un protocollo per le bonifiche. Con l’articolo 33 del decreto Sblocca Italia approvato a novembre del 2014, però, il premier ha affidato la bonifica dell’ex area Italsider a un commissario. De Magistris ha annunciato battaglia e a marzo 2015 sono state presentate le linee guida del Comune per la riconversione dell’area: dal recupero della spiaggia e della linea di costa al porto turistico. Renzi non si è fermato, ma è stato modificato l’articolo 33: resta il commissario straordinario, ma affiancato da una cabina di regia coordinata dal sottosegretario alla presidenza Claudio De Vincenti. Possono partecipare gli enti locali. I suoli sono stati affidati all’ente attuatore, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti InvitaliaIn pratica l’ex Sviluppo Italia molto vicina agli ambienti di centrodestra. Restando in mani pubbliche, si aprono le porte ai privati per gli investimenti.

A febbraio è stato presentato il programma per la caratterizzazione dell’area e la messa in sicurezza della colmata e della barriera idraulica. La prima bozza del piano prevede il recupero del pontile e degli arenili nord e sud e la realizzazione di un parcheggio e di un centro congressi. Si vuole rendere fruibile ai cittadini l’arenile nord e inaugurare la spiaggia di Coroglio entro l’estate, proprio prima delle elezioni municipali. Ci vorrà più tempo invece per rendere il mare balneabile.

I rischi e le coincidenze
Quali sono i timori di De Magistris? Che l’apertura ai privati e l’ingerenza di poteri forti esponga il territorio a rischi di speculazioni e cementificazione incontrollata. D’altro canto servono risorse: 50 milioni per la bonifica del comprensorio Bagnoli-Coroglio arrivano dal decreto Giubileo, ma servono solo per partire. Altri 70 milioni destinati a Bagnoli sono fermi nelle casse del Comune da anni. La bonifica costerà però circa 300 milioni e c’è la questione dei debiti più aperta che mai. Il rischio è che con una necessità di investimenti di tale portata, la contropartita chiesta dai privati possa essere altrettanto alta. E se l’ingresso di Invitalia non ha tranquillizzato il sindaco, peggio ha fatto la nomina del commissario Salvatore Nastasi, capo di gabinetto del ministero dei Beni Culturali anche con il centrodestra e commissario straordinario del Teatro San Carlo dal 2007 al 2011. Non idilliaco il rapporto con il primo cittadino.

La sua nomina anticipata da mesi è arrivata (non a caso, secondo il sindaco) a settembre, nelle ore in cui il Consiglio di Stato dava ragione a De Magistris che con un’ordinanza aveva intimato alla Fintecna (la stessa del colpo di grazia a Bagnoli Futura) di provvedere alla rimozione della colmata e alla messa in sicurezza dell’arenile. Ordinanza che riguarda anche la Cementir di Caltagirone che nell’area ex Italsider ha mantenuto un cementificio diroccato. Il commento di De Magistris? “Per la prima volta in Italia il sindaco ha ordinato a chi ha inquinato di pagare. Ossia Fintecna, che è Cassa Depositi e Prestiti, che è lo Stato”. Dalla sentenza in suo favore alla nomina di Nastasi. Durissima la reazione: “Un abuso di potere”. Il suo ricorso al Tar della Campania contro il commissariamento è stato respinto. Salve, dunque, cabina di regia e struttura. Ma ora si dovrà attendere di nuovo il Consiglio di Stato.