Arrestata dall’Onu, tenuta per 5 giorni e mezzo in isolamento nello stesso carcere dove scontano la pena personaggi come Ratko Mladic, controllata ogni 15 minuti e con la luce accesa 24 ore su 24 per aver pubblicato documenti veri. Le forze di sicurezza dell’Organizzazione della nazioni unite hanno fermato la giornalista Florence Hartmann durante la lettura della condanna contro Radovan Karadzic a 40 anni per crimini di guerra: era accusata di aver pubblicato nel 2007 documenti secretati circa il coinvolgimento di Belgrado nella tragedia di Srebrenica. La cronista è stata liberata nel pomeriggio del 29 marzo dopo una settimana di detenzione all’Aja (Olanda) e la storia è destinata a lasciarsi dietro un lungo strascico di dubbi e proteste.

In difesa della cronista si sono infatti schierate numerose associazioni umanitarie e colleghi cronisti (il direttore di Le Monde Jérôme Fenoglio in un editoriale ha parlato di “detenzione scandalosa”). La petizione per chiedere la sua liberazione ha raccolto più di 4mila firme in pochi giorni e le polemiche riguardano soprattutto le condizioni durissime della sua detenzione. “Troviamo quest’accanimento nei suoi confronti estremamente strano”, ha sottolineato Sophie Kepes, scrittrice, responsabile del comitato creato a sostegno di Florence.

Chi è la Hartmann? 53 anni, ex giornalista di Le Monde, corrispondente dai Balcani negli anni Novanta, fu una delle prime a denunciare la pulizia etnica in atto nella Croazia e nella Bosnia-Erzegovina. In seguito fu portavoce, dal 2000 al 2006, di Carla Del Ponte, procuratore generale del Tpij, all’Aja. Nel 2007 la Hartmann pubblicò un libro (in italiano il titolo era: “Pace e castigo. Le guerre segrete della politica e della giustizia internazionale”), dove menzionò due decisioni segrete del Tpij. In sostanza il Tribunale aveva raggiunto un accordo con la Serbia: l’impegno a ottenere da Belgrado documenti da utilizzare in vari processi, compreso quello contro Slobodan Milosevic. E in cambio la promessa a non rendere pubblici altri documenti trasmessi dalla Serbia, che provavano la responsabilità delle autorità di Belgrado nel massacro di Srebrenica (qui, fra uomini e ragazzi, quasi 8mila persone erano state trucidate nel 1995).

Per aver svelato quel segreto, la Hartmann è stata condannata a una multa di 7mila euro dal Tpij, per “oltraggio alla Corte”. Ma dato che la donna si è poi rifiutata di pagarla, è stata condannata nel 2011 a sette giorni di carcere. Il Tpij ha addirittura richiesto l’estradizione alla Francia, che l’ha a più riprese rifiutata. In realtà, da allora la Hartmann si è recata diverse volte all’Aja, senza mai avere problemi. Si trovava nell’aula del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia anche giovedì 24 marzo, durante le udienze del processo contro Radovan Karadzic, l’ex capo politico della Serbia. All’improvviso la Hartmann è stata arrestata dinanzi a tanti sopravvissuti e figli di vittime della guerra nell’ex Jugoslavia, che hanno cercato (invano) di difenderla.

È finita all’Aja nelle stesse celle dove sono incarcerati i responsabili di quella guerra etnica. E la sue condizioni di detenzione sono state estremamente dure. “Nel più completo isolamento – ha spiegato oggi la Kepes -, con la luce accesa 24 ore su 24. E controllata ogni 15 minuti da una guardia, per controllare che non si suicidi”. Praticamente poteva scorgere dalla finestra della cella un personaggio come Ratko Mladic, sotto processo per genocidio e crimini contro l’umanità, passeggiare nel cortile della prigione e parlare con gli altri carcerati, mentre lei non poteva rivolgere la parola a nessuno. Solo il console francese nei Paesi Bassi ha potuto farle visita.

Secondo la Kepes, comunque, “dopo un primo sbigottimento, Florence ha recuperato le caratteristiche tipiche del suo temperamento: la combattività. E anche una buona dose d’ironia”. La Hartmann è stata liberata in leggero anticipo sullo scadere dei sette giorni di detenzione previsti dalla sentenza. Ma sicuramente la storia non si chiuderà qui.