Centomila euro di multa a Google perché quando riconosce ad un utente il cosiddetto diritto all’oblio non disindicizza il contenuto oggetto della richiesta anche sulle “edizioni” extra-europee del motore di ricerca (come google.com, ndr) in relazione a richieste provenienti da Paesi diversi da quello a partire dal quale è stato rivendicato l’oblio. Lo ha stabilito la Cnilil Garante per la privacy francese – con un provvedimento dello scorso dieci marzo, pubblicato ieri sul suo sito istituzionale.

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È questa l’ultima puntata della battaglia contro la memoria collettiva online o a difesa del cosiddetto diritto all’oblio – a seconda il punto di vista di ciascuno – iniziata nel maggio del 2014 con l’ormai celeberrima decisione con la quale la Corte di Giustizia ha stabilito che tocca ai motori di ricerca, dietro semplice richiesta degli interessati, procedere alla disindicizzazione delle pagine web contenenti loro dati personali ed in relazione alla cui indicizzazione non sussista un interesse pubblico prevalente.

Il gigante dei motori di ricerca si è rapidamente messo in riga, implementando un sistema di disindicizzazione obiettivamente rapido ed efficace, sin qui, utilizzato per veicolare, in tutta Europa, oltre 400 mila richieste, relative ad oltre 1 milione e 400 mila pagine web, accolte in oltre il 42% dei casi. In meno di due anni, quindi, oltre 600 mila contenuti e/o pagine web sono diventati sostanzialmente irraggiungibili online o, almeno, sono stati sottratti all’accesso attraverso il motore di ricerca più utilizzato al mondo.

Ma, sin dall’inizio del confronto-scontro con le Autorità europee, Google, pur dichiarandosi disponibile ad ottemperare ad una decisione che non ha mai fatto mistero di non condividere nella sostanza, si è sempre rifiutato di accettare l’idea che in forza di tale decisione, un contenuto disindicizzato in Europa, dovesse risultare disindicizzato anche al di fuori dei confini europei. E, così, all’inizio quando accoglieva la richiesta di oblio di un utente, disindicizzava il relativo contenuto solo su tutte le proprie “edizioni” europee (google.it, google.fr, google.uk ecc.). Il risultato era che chi lanciasse una ricerca per il nome e cognome del soggetto che aveva chiesto ed ottenuto la disindicizzazione sulla versione, ad esempio, google.com del motore di ricerca continuava ad imbattersi nei risultati “naturali” della ricerca ovvero comprensivi del link espunto dai risultati della ricerca restituiti dalle “edizioni” europee di Google.

Tale limitazione, tuttavia, non era piaciuta, sin dall’inizio ai garanti per la privacy europea – Cnil francese in testa – che non avevano mancato di segnalare a Big G, che poteva e doveva fare di più per adempiere alla sentenza della Corte di Giustizia.

Qualche mese fa, la svolta o, quella, che appariva pressoché definitiva. Google ha, infatti, reso noto di aver intenzione di iniziare a disindicizzare i contenuti oggetto di diritto all’oblio anche sulle proprie “edizioni” internazionali ma sempre e soltanto in relazione alle interrogazioni lanciate dal Paese di provenienza della richiesta di oblio.

La situazione ad oggi è riassunta efficacemente qui in un’infografica pubblicata proprio dal garante francese per la privacy che la utilizza per evidenziarne la “debolezza” in termini di effettiva garanzia per la privacy dei cittadini europei.

Ieri, poi, l’ultima puntata. Google deve fare di più, ha detto il garante francese, condannando Big G a centomila euro di multa. Ma da Mountanview hanno già fatto sapere che non intendono piegarsi alla richiesta del Garante francese e che impugneranno il provvedimento. La questione è straordinariamente complicata e sembra una classica partita da “coperta troppo corta” nella quale è impossibile soddisfare contestualmente i diversi interessi e diritti sul tavolo.

Quel che appare certo è che se si riconosce il principio caro alla Cnil per effetto del quale se Google accoglie una richiesta di oblio in ossequio alle leggi europee ed alla decisione della Corte di Giustizia dell’unione europea, la misura della libertà di informazione in ogni altro Paese extra-europeo finisce con l’essere inesorabilmente condizionata e compressa dalle nostre regole.

Vien da chiedersi cosa diremmo da europei se, domani, un qualsiasi Stato meno democratico dei nostri imponesse a Google di disindicizzare – con effetto globale – taluni risultati della ricerca che esso ritiene contrari al dittatore o tiranno di turno. Probabilmente grideremmo – ed a ragione – allo scandalo ed alla censura.

In questo caso, naturalmente, la disindicizzazione è – o almeno dovrebbe essere – richiesta a tutela di un diritto fondamentale dell’uomo come la privacy e non in forza di un’azione censorea ma, almeno sotto un profilo di metodo, la sostanza non cambia: un Paese il nostro finirebbe con l’imporre le sue regole giuste o meno giuste al mondo intero in una materia come la circolazione delle idee e delle informazioni nella quale le sensibilità e i punti di vista sono diversissimi.

Se Big G volesse fare un altro piccolo passo avanti, forse ciò che si potrebbe ipotizzare è la disindicizzazione del contenuto oggetto di domanda di oblio su tutte le edizioni globali, per tutte le richieste provenienti da un qualsiasi Paese europeo e non solo da quello a partire dal quale è stato domandato l’oblio.

Ma si tratta sempre e comunque di una questione da maneggiare con cura perché in gioco, se da una parte c’è il diritto alla privacy di ciascuno di noi, dall’altra c’è il diritto all’informazione e quello alla storia ed è difficile prevedere che impatto produrrà negli anni che verranno l’operazione di amnesia geografica selettiva in atto per effetto della quale ciò che i cittadini del mondo possono sapere l’uno dell’altro è diverso a seconda del luogo in cui vivono o delle domande che fanno a Google.

 

Riceviamo e pubblichiamo la seguente risposta

Abbiamo lavorato a lungo per implementare quanto previsto dalla sentenza sul diritto all’oblio in modo attento e completo in Europa e continueremo a farlo. Tuttavia, per una questione di principio, siamo in disaccordo con l’idea che il CNIL abbia l’autorità di controllare i contenuti a cui possono accedere le persone al di fuori della Francia, e appelleremo questa decisione.

Statement portavoce Google