Un fiume di denaro che dall’area del Maghreb arriva a Milano per poi ripartire in contanti e dentro valigette verso i Balcani, l’Austria e la Germania. La camera di compensazione di un tale flusso si trova in un negozio di elettronica in via Padova a pochi metri da piazzale Loreto. Da settimane l’antiterrorismo lavora per capire origine e destinazione dei pagamenti che si susseguono continui anche nell’ordine di centinaia di migliaia di euro. Il sospetto è che il denaro serva a finanziare lo Stato Islamico.

Una storia tra le tante di un risiko jihadista che in Italia, diversamente da Belgio e Francia, scorre sotto traccia, ben mimetizzato e arginato da un grado d’integrazione sociale ancora dignitoso. Tradotto: da noi il fenomeno banlieue non esiste. E nonostante questo le cronache recenti mandano in archivio gravi vicende di radicalizzazione che coinvolgono italiani e stranieri sedotti dal mito negativo di Daesh, disposti a partire per combattere sotto le bandiere del Califfato. Sono i nostri Salah Abdeslam.

Gli investigatori col tempo hanno imparato a conoscerli. “Sono molto giovani – spiega una fonte dell’antiterrorismo –, conducono una vita occidentale, l’obiettivo è mimetizzarsi per poi colpire. Fisicamente non sono riconoscibili”. Sono donne e uomini, imprenditori e casalinghe. Poi l’ultima frontiera: le forze dell’ordine. “Da un po’ di tempo – svela l’antiterrorismo – registriamo matrimoni tra nostri agenti e donne musulmane, colleghi che dall’oggi al domani iniziano a seguire le regole della nuova religione”. Quello che finora resta solo un fenomeno sociale, rischia di creare gravi problemi dal punto di vista informativo.

In Italia le regioni più sensibili al radicalismo islamico sono Lombardia e Veneto. L’ultimo caso di foreign fighter conduce sulle strade di Bulciaghetto piccola frazione del Lecchese. Qui Alice Brignoli e Mohamed Koraichi si sono sposati, radicalizzati e partiti per la Siria assieme ai loro tre figli piccoli. Sempre qui, Valbona Berisha, donna di origini albanesi, ha lasciato la sua casa popolare di Barzago alla volta della Siria portando con sé il figlio di sette anni. Anche per lei Daesh è la “terra promessa”. L’Is – ha ricostruito l’intelligence – le paga più di mille dollari per poter addestrare il figlio al jihad. “Questo è un problema – spiega la fonte –, l’Is oggi è un grande network criminale in grado di offrire un welfare alternativo”.

E poi c’è la provincia italiana che sempre più spesso fornisce al Califfato aspiranti martiri. “È un dato oggettivo, tra Lecco e Como abbiamo registrato già tre casi, se la grande città garantisce un buon grado d’integrazione questo viene a mancare nelle zone rurali del nord Italia”. Comuni che s’infilano l’uno dentro l’altro, dritti lungo strade provinciali, aree vittime della crisi economica, dove anche l’italiano fa fatica a interagire con la società locale. E poi c’è il grado di radicalizzazione dei nostri Salah. La temperatura è in netta crescita.

Questo confermano le attività d’intercettazione e monitoraggio. In Lombardia, ad esempio, sono più di dieci i casi sotto la lente degli investigatori e nessuno a Milano. “Quello che notiamo – spiega l’antiterrorismo – è un grado di consapevolezza altissimo per il martirio”. Chi si radicalizza è già disposto a morire. Come il tunisino di 38 anni Kamel Ben Hamida, residenza brianzola e rapporti antichi con l’ala radicale della moschea di viale Jenner. Scriveva Hamida (espulso nel novembre scorso): “Odio l’Italia, sono pronto al martirio”

“Questa volontà estrema, però, ancora non ha una regia che la possa indirizzare”. L’affermazione della nostra intelligence è decisiva. “Spesso notiamo che chi abbraccia il jihad poi non sa come muoversi. In Italia, fortunatamente, mancano personalità in grado di unire queste persone che spesso s’ignorano a vicenda”. Personaggi come il predicatore Bilal Bosnic che secondo i nostri Servizi segreti in Italia arruolava jihadisti. Oppure imam radicali come il giovane somalo arrestato a Campobasso il 9 marzo, il quale durante i suoi interventi diceva: “Cominciamo dall’Italia, andiamo a Roma”.

L’assenza di rete se da un lato limita attentati clamorosi, dall’altro complica le indagini. “Oggi noi investighiamo singoli casi ed è difficile, più semplice quando c’è un’organizzazione dentro la quale infiltrarsi”. Insomma, i nostri Salah fanno sul serio. Sono pronti a partire e a morire per Allah. Quello che ancora non si registra è il fenomeno dei return, cioè coloro che dopo aver combattuto rientrano in Italia. Fenomeno che proprio a Milano si registrò dopo l’11 settembre, quando nel novembre 2001 in viale Bligny 42 fu scoperta una cellula attiva di al Qaeda.

Da Il Fatto Quotidiano del 24 marzo 2016