Roma, nomadi serbi non vogliono tornare nell'area autorizzata sulla Pontina

Con la decisione di Giorgia Meloni di correre per il Campidoglio si entra nel vivo della campagna elettorale che si concluderà con le elezioni amministrative da cui uscirà il nome del nuovo sindaco di Roma. Nonostante i toni ancora prudenti, la “questione rom” ritorna ciclicamente e quando lo fa, riemerge il vizio antico dei nostri amministratori, o futuri tali, di descrivere il problema senza indicare la soluzione.

“Sono un’emergenza che dura da 20 anni – ha dichiarato negli studi di Bruno Vespa la candidata grillina Virginia Raggi – Ogni anno si spendono 24 milioni per mantenerli in situazione di degrado e per mantenere persone che potrebbero lavorare. Il superamento dei campi rom quindi non è più rinviabile”.

Guido Bertolaso, sostenuto da Silvio Berlusconi, dopo aver candidamente confessato che “I rom sono una categoria che è stata sempre vessata e penalizzata” ha subito corretto il tiro: “Oggi gli insediamenti rom rappresentano un problema; donne e bambini vengono sfruttati per mendicare o fare piccoli furti e tutto ciò rappresenta un disturbo alla pacifica convivenza”. La pressione leghista su di lui sembra funzionare: “Bisogna cercare di adottare delle misure per provare a integrarli; se non è possibile, come estrema ratio bisogna andare con le ruspe”.

L’estrema ratio è anche quella indicata da Alfio Marchini quando ha metaforicamente equiparato i rom criminali a “piranas” ai quali è necessario “togliere l’acqua”. “Una volta fatto questo – assicura il costruttore romano – rimarranno solo quelli che vengono qui per lavorare e comportarsi bene”.

Tutti bravi solo ad elencare problemi già conosciuti? Non è così. C’è anche chi prova ad indicare soluzioni che però restano nella dimensione del vago o del già sentito dire.

La linea tracciata da Marchini ricorda molto quella percorsa dall’allora sindaco Gianni Alemanno e rivelatasi fallimentare oltre che costosa: “Noi vogliamo ripristinare la legalità e le regole. Chiuderemo i campi nomadi abusivi e ripristineremo controlli veri nei campi autorizzati dal Comune di Roma. E tolleranza zero a cominciare dai fumi tossici che avvelenano l’aria di Roma”. La storia insegna come i “campi nomadi abusivi” con gli sgomberi non si chiuderanno mai e sui controlli anti-roghi negli insediamenti formali hanno fallito tutti, prefetto Gabrielli in primis.

Per Stefano Fassina “I campi nomadi vanno chiusi. Ci sono soluzioni diverse, alternative, e fondi europei per sostenerle. Con alcuni esperti stiamo elaborando un progetto specifico che li utilizzi per superare questa vergogna che sono i campi a Roma”. Quando sui rom qualcuno afferma di essere al lavoro su un progetto mi ritorna alla mente la favola di un “progetto segreto” per superare i campi raccontata per mesi dall’assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese. Progetto tanto segreto da restare tale!

Bertolaso parla genericamente della necessità di una “nuova strategia” che non sappiamo sarà la stessa della candidata del Movimento 5 Stelle quando sottolinea l’urgenza di “avviare una serie di misure che l’Europa già ci dice – anche lì non ci inventeremo nulla – per superare gradualmente questi campi”. In realtà l’Europa indica l’obiettivo e non le modalità per raggiungerlo. Quelle dobbiamo inventarcele noi!

Nel coro manca la voce del candidato Pd Roberto Giachetti che, in attesa delle primarie, aveva detto sull’argomento un generico: “Dirò che fare quando avrò approfondito”.

E così, a tre mesi dalle elezioni, sulla “questione rom” a Roma c’è chi approfondisce, chi lavora con gli esperti su un progetto, chi promette la “tolleranza zero” e chi… ce lo dice l’Europa. Alla fine dei conti manca una ricetta concreta, convincente, sostenibile che spieghi ai romani quali risposte definitive dare alla “questione rom”.

Eppure per chi a giugno siederà a Palazzo Senatorio dovrà prima di tutto pensare all’esecuzione di una sentenza del Tribunale Civile di Roma che ordina al Comune di rimuovere gli effetti discriminatori del campo La Barbuta, ovvero di chiuderlo. Nell’insediamento abitano 555 persone e non sarà facile garantire alternative abitative per tutti. Due settimane dopo l’elezione, il nuovo sindaco si ritroverà anche la patata bollente del centro di raccolta di via Salaria che, chiudendo il 30 giugno, lascerà per strada un centinaio di nuclei familiari.

Insomma, per i candidati a sindaco è meglio attrezzarsi con soluzioni di buon senso, concrete, sostenibili e, soprattutto, rispettose dei diritti umani.