Proprio davanti alla sede di un municipio, quindi dei vigili urbani, andavano potati degli alberi. Quindi per tutta la lunghezza del marciapiede, circa duecento metri, sono stati messi i classici paletti uniti dal nastro bianco e rosso, con appesi fogli in cui si imponeva il divieto di sosta fino alla fine dei lavori. Stranamente la potatura è finita il giorno stesso ma il divieto è rimasto. Per qualche giorno nessuno ha parcheggiato. Dopo la prima settimana qualche temerario, magari di zona, ha cominciato a lasciare la sua auto proprio di fronte a quei divieti così palesi. Molti hanno seguito l’esempio e in breve si è tornati all’intera strada piena di macchine parcheggiate. Nessuno si è degnato di togliere i paletti che piano piano si piegavano per il vento o i colpi delle auto, venendo riassorbiti dall’incuria generale.

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Questi i fatti; ora proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se un solerte tutore dell’ordine, passando da quelle parti, avesse voluto sanzionare una o più auto in palese contravvenzione. Certamente il cittadino colpito avrebbe pensato di essere vittima un’angheria, chissà perché rivolta proprio a lui: “ma come, lo fanno tutti…” e poi sono ben altri i delinquenti. Quindi, se proprio non si ha una conoscenza in municipio, ricorso al Prefetto, al Giudice di pace o chissà quale altro organo di garanzia, che infatti sono intasati di istanze assurde. Sempre con l’immaginazione, si può pensare che la ditta della potatura non è la stessa che aveva subappaltato la fissazione dei paletti, che magari ha fallito. E nessuno si prende la responsabilità di rimuovere quella situazione di irregolarità. Anche qui, come già in un mio precedente post sui limiti di velocità, credo sia facile per il lettore estendere questo banale esempio di disorganizzazione per rappresentare più generalmente il mancato funzionamento del nostro paese. Norme incoerenti, contraddittorie, spesso sconclusionate e inutili, sempre scritte male e di fretta, raggiungono risultati opposti a quella che sarebbe la loro funzione, di creare ordine e disciplinare la collettività. Tale struttura normativa si rispecchia nella destrutturazione dei rapporti gerarchici tipici di qualunque forma di potere, con scarico di responsabilità all’infinito. Nessuno, fino all’ultima ruota del carro di un qualunque ufficio pubblico, ha ben chiari i limiti della propria mansione. L’arbitrarietà delle norme porta all’arbitrarietà delle interpretazioni. Non solo quelle dei giudici, che si trovano a operare in un sistema che non fa che ampliare la discrezionalità, quindi la schizofrenia giurisprudenziale; ma anche il cittadino comune, davanti a tale confusione, comincia a regolarsi come può e come sa.

Parcheggia quando ritiene che il divieto non sia più attivo; rispetta il limite di velocità quando crede che possa creare pericolo per sé e per gli altri (e che il cartello di 30 km/h non sia lì perché abbandonato da chissà quali lavori dello scorso anno); paga le tasse quando crede sia inevitabile, confidando in sanatorie e condoni; fa la fila solo se costretto e se proprio non riesce a trovare il modo di aggirarla; se ottiene un qualunque risultato in campo amministrativo è solo perché ha trovato la via giusta da oliare. Nessuno, grande o piccolo malfattore seppur colto in flagranza è disposto ad ammettere le proprie colpe, ributtando tutto nel “magna magna” generale e nel benaltrismo. Le forze dell’ordine si trovano, oltre che prive di mezzi, spiazzate a dover applicare norme spesso assurde e comunque consapevoli che il frutto del proprio lavoro non avrà nessun riconoscimento, talvolta essendo ribaltato contro di loro.

Svanisce il regno dei diritti e si torna alle nebbie dei favori, di vago sapore medievale. Addio Stato di diritto, sovranità della legge, c’è persino chi si ripropone “legibus soluto”. La Giustizia è la prima vittima (anche se a volte si trasforma in carnefice) di questa situazione, non riuscendo a garantire neanche il livello minimo del suo servizio. Si creano situazioni di disparità di trattamento: in un generale “si salvi chi può” solo i potenti, appunto, possono sperare di trovare il modo di non farsi travolgere. Il cittadino perde fiducia nella funzione giurisdizionale e, se proprio si sente vittima di ingiustizia, si prepara a chiamare non più la polizia ma “quelli della televisione, tipo “Striscia la notizia”. Non c’è soluzione: accanto a quel partito che si richiama alla “Rifondazione comunista” (che credo ancora riceva finanziamenti pubblici), bisognerebbe crearne uno di “Rifondazione democratica” per ripartire dalle regole minime dello stare insieme in uno stato moderno.