Ho preso una multa per eccesso di velocità. Immagino la sorpresa dei miei amici, di chi conosce bene la mia lentezza. In effetti, non andavo poi così veloce: 103 km/h a mezzanotte e mezza su una superstrada a 4 corsie, deserta, in discesa. Il limite era 90, così quando mio padre (che ha ricevuto la raccomandata con la sanzione) mi ha chiamato per dire che se pagavo entro cinque giorni si trattava di circa 240 euro, non ho esitato a dirgli di anticipare per me il pagamento. Volevo chiudere la questione; invece dopo qualche mese arriva una seconda raccomandata con una sanzione più o meno dello stesso importo perché non era stato dichiarato chi era alla guida. Mio padre, assolutamente incolpevole alla sua età, aveva pagato all’ufficio postale senza leggere la parte relativa ai punti da scalare sulla patente. Per farla breve, traduco in lire (con cui ci capiamo meglio noi novecenteschi): un milione di lire per aver superato, di notte da solo in una strada larghissima, di poco i 100 all’ora. Non è certo una sanzione lieve!

Eppure io, come tutti, continuo a non badare troppo ai limiti e, se li trovo eccessivi (come certi 30 orari in centri semideserti in certe ore, o alcuni inspiegabili 70 in tratti autostradali) mi autoregolo e decido autonomamente qual è la velocità da tenere, sapendo che l’ipotesi di una contestazione è piuttosto remota. Cosa che porta molti, nel caso strano che siano presi in castagna, a paventare uno speciale accanimento su di sé: ve la prendete con me, con tanti delinquenti in giro! E giù ricorsi e contestazioni (obiezioni) che vanno a intasare ulteriormente la nostra già congestionata giustizia.

Situazione opposta appena oltre i confini: in Austria si trovano file di auto incolonnate nel rispetto di limiti molto bassi. Se uno per chissà quale fretta si azzarda a mettersi sulla corsia di sorpasso, si mette subito in evidenza e in men che non si dica è raggiunto da una pattuglia che lo sanziona immediatamente: sono appena un paio di decine di euro, ma da pagare seduta stante. Lo stesso succede, ineluttabilmente, ogni qualvolta qualcuno supera i limiti; sono in fondo pochi soldi ma doverli sborsare di continuo può dar fastidio a tutti. Ecco perché ci si abitua in fretta a rispettare le regole, esattamente come fanno tutti: perché la sanzione è certa e immediata, mentre da noi è aleatoria e remota. Ed è per questo che chi viola le regole è sanzionato innanzitutto dalla riprovazione dei suoi concittadini. Perché le norme sono accettate, interiorizzate.

Lascio all’intelligenza del lettore l’esercizio di estendere questo tipo di ragionamento a un qualsiasi altro settore: penale, tributario o anche all’intero ordinamento. Chi ruba sa di poterla fare franca; chi non paga le tasse pensa di aprire un contenzioso con il fisco. Abbiamo una produzione normativa pletorica e contraddittoria, che lascia ampi margini all’interpretazione e all’elusione. Quello che ci arriva da chi si trova nei gradini più alti della scala sociale non è certo un buon esempio. Più che discutere se siano abbastanza dure le pene previste per i vari reati, dovremmo considerare che chi li commette è spesso convinto di poter adire a un limbo di impunità e sa che, se mai arriverà, la sanzione sarà tardiva e inefficace, aggirabile con un buon avvocato. Gli Usa hanno la pena di morte e una percentuale abnorme di persone detenute ma le periferie delle città non sono certo più sicure che altrove. Detengono anche il record mondiale delle vittime da armi da fuoco.

Non stiamo dicendo niente di nuovo: è meglio una pena modesta ma certa che crudele ma accompagnata dalla speranza di impunità. Più che punire i reati è importante prevenirli e per ottenere ciò le leggi devono essere chiare e semplici e “accompagnate dal timore degli uomini”. Proprio così: è solo col salutare timore delle leggi che si può ottenere la deterrenza, impedire al reo di far nuovi danni. E per finire: “La pena dev’essere pubblica, pronta (il processo deve durare il meno possibile), necessaria, la minima delle possibili date le circostanze, proporzionata al delitto, dettata dalle leggi uguali per tutti”. Sono concetti semplici, basilari, sanciti da Cesare Beccaria oltre 250 anni fa (in epoca di pene corporali) ma evidentemente ancora lontani dall’esser digeriti.