Loro ce l’hanno fatta. Non c’è bisogno di scomodare nomi illustri come Albert Einstein, John Lennon o Pablo Picasso per trovare racconti di dislessici di successo. Per inquadrare le possibilità di successo dei cosiddetti “Dsa” (ragazzi a cui è stato certificato un disturbo specifico dell’apprendimento) basta incontrare Martina Ferrari, 24 anni, disgrafica, disortografica, discalculica e dislessica dall’età dalla quarta elementare. Si è da poco laureata in scienze dell’educazione alla “Bicocca” e ora con altri ragazzi che come lei hanno vissuto questa esperienza ha lanciato “My Story”: “Siamo un gruppo di dieci giovani che girano l’Italia portando la propria testimonianza. Il progetto è nato tre anni fa in un campus dedicato ai ragazzi universitari con disturbi specifici dell’apprendimento. L’idea è quella di mandare un messaggio positivo. Non è facile raccontarci ma la testimonianza diretta è estremamente importante e costituisce un passo fondamentale soprattutto per coloro che hanno scoperto da poco la propria dislessia”.

Martina è l’esempio di chi non s’arrende, di chi ha raggiunto un traguardo: “Gli insegnanti sono essenziali. Alle elementari una brava maestra ha capito che ero dislessica. Purtroppo ho avuto a che fare anche con un’altra insegnante che non mi faceva fare grammatica: mi metteva in un angolo a disegnare mentre gli altri imparavano. Diversa la situazione alle medie dove ho incontrato docenti che avevano avuto una formazione sui Dsa mentre alle superiori ho avuto a che fare di nuovo con professori che non ne sapevano nulla. Non è stato facile nemmeno con i compagni di classe: alle elementari e in parte alle superiori mi son sentita discriminata perché mi consideravano stupida”. Martina sottolinea quanto sia importante spiegare anche alla classe cos’è la dislessia. Un passaggio fondamentale per chi sta dietro la cattedra.

Lo sa bene Marco, 17 anni, emiliano, iscritto ad un professionale, affetto da Dsa e Adhd (Disturbo dell’attenzione con iperattività). Stanco di essere preso in giro dai compagni ha creato un gruppo sui social aperto ai ragazzi dagli 8 ai 26 anni per condividere difficoltà, ansie, ostacoli ma anche per aiutarsi a fare i compiti: “Spesso i compagni credono che essere dislessico significhi essere malato. Ma non è così”. Marco da oltre un anno risponde a tutti: “Mi scrivono da tutt’Italia, sono più i maschi che le femmine. Mi messaggiano per giocare, per scherzare ma quando c’è il momento dei compiti ci diamo una mano”. Un’esperienza nata sulla Rete dove grazie a Facebook e Twitter, Marco ha lanciato il gruppo.

A scrivergli sul profilo del social network sono coetanei ma anche mamme come Barbara che posta: “Grazie per aver accettato la mia amicizia; sono mamma di un bambino dislessico di 10 anni, che frequenta la quinta elementare; faccio anche parte di un gruppo di genitori di dislessici e siamo coordinati da un dottore; mi piacerebbe in futuro avere con te uno scambio di informazioni utili”.

L’esperienza della dislessia dall’altro canto coinvolge anche i genitori. Antonella Trentin, è la madre di un ragazzo 18enne dislessico: “C’è una forte differenza di classe per chi vive questo problema. Se non si hanno soldi non ci si può permettere, per esempio, di avere una persona che li aiuti a studiare. Va detto anche che la scuola è abbastanza impreparata, a parte qualche isola felice. Dovrebbe esserci una formazione a tappeto che punti ad una didattica inclusiva ma non è così”.