L’acronimo sta per “Inserimento eterofamiliare supportato di adulti”, che tradotto significa la disponibilità ad accogliere in casa, per qualche ora o a tempo pieno, una persona che soffre di disturbi psichici di vario tipo. Il progetto Iesa, infatti, si basa sull’inclusione: “Una famiglia si rende disponibile a ospitare, part time o full time, chi altrimenti vivrebbe alienato dalla quotidianità – racconta Rita Lambertini, operatrice dell’équipe Iesa del dipartimento di salute mentale dell’Ausl di Bologna – aiutandolo così a migliorare la propria qualità di vita, e a sopperire a un bisogno relazionale che, diversamente, rimarrebbe insoddisfatto”. Una forma di volontariato, insomma, nata a Geel, in Belgio, oltre vent’anni fa, e importata successivamente sia in Europa, a partire da Francia, Germania e Inghilterra, sia in Italia. Pioniera fu la città di Torino, ma oggi il progetto è attivo in 9 Ausl dislocate lungo tutto il territorio nazionale.

“In pratica – spiega Gianfranco Aluffi, responsabile del servizio Iesa dell’Asl To3 di Torino – funziona così: una famiglia ci contatta per rendersi disponibile ad accogliere una persona che soffre di disturbi psichici, e tramite una serie di colloqui conoscitivi viene inserita in una banca dati. Al paziente, quindi, che da regola dev’essere maggiorenne, vengono prospettate le possibilità di inserimento, in modo che l’abbinamento sia accurato. Un po’ come farebbe un’agenzia matrimoniale”.

Le famiglie, in cambio dell’ospitalità offerta, ricevono un rimborso spese, “erogato – spiega Aluffi – in parte dall’ospite, e in parte dal servizio sanitario, a seconda delle disponibilità del paziente”: circa 1.100 euro per chi sceglie di impegnarsi full time, 40 euro per una giornata, 20 euro per qualche ora, e 10 euro per una notte. E non importa da quanti, o da quali membri sia composta la famiglia ospitante: “Per noi, il termine indica una coppia omosessuale o eterosessuale, un single o un nucleo numeroso – precisa Lambertini – l’importante è che ci sia la volontà di accogliere, e di collaborare con noi operatori che monitoriamo e assistiamo ospite e ospitante lungo tutta l’esperienza”.

Un impegno, sottolinea lo Iesa, che non implica un limite all’autonomia dei singoli individui. “Il paziente ha i suoi impegni durante la giornata, sia che svolga un’attività lavorativa protetta, sia che frequenti il centro di salute mentale cittadino, o quello diurno. Noi chiediamo solo la disponibilità a passare assieme qualche ora, ad esempio a cena, o a colazione, i momenti in cui il rapporto familiare si esprime appieno”. Una passeggiata al parco, una serata al cinema, una domenica fuori porta, fino ad arrivare alla convivenza a tempo pieno, secondo gli operatori Iesa, comportano diversi benefici, sia per il paziente, sia per la famiglia ospite.

Da un lato, infatti, racconta ancora Lambertini, “si abbatte il muro del pregiudizio, dell’ignoranza, che spinge molti ad aver paura di ciò che non conoscono”. La convivenza porta alla condivisione, e trascorrendo del tempo assieme a un’altra persona s’instaurano legami. “L’uno diventa una risorsa per l’altro, ci si aiuta a vicenda nelle faccende quotidiane”. Dall’altro, spiega Aluffi, “per quanto riguarda l’ambito psichiatrico, ci sono percorsi terapeutici e riabilitativi che si rivelano più efficaci quando il paziente vive in famiglia, piuttosto che in una struttura sanitaria. Nel secondo caso, infatti, si vive alienati dalla realtà, e quando si viene dimessi ci si trova costretti a lavorare per reinserirsi nel quotidiano”.

Inoltre, nei pazienti che hanno partecipato al progetto Iesa, “si è riscontrato un minor consumo di farmaci per sedare l’ansia e un abbattimento dei comportamenti maladattivi. Chi vive in famiglia, poi, ha più cura di sé rispetto a chi è ospite di una clinica, e ci sono stati diversi casi di revoca dell’interdizione applicata a soggetti che, prima di quest’esperienza, erano stati giudicati incapaci di gestire se stessi. Persone che hanno riacquistato la possibilità di lavorare, senza bisogno di un intervento assistenziale”.

Poi ci sono i numeri. “A conti fatti, Iesa comporta un risparmio per la sanità italiana – continua Aluffi – abbattendo i costi di mantenimento in clinica, notoriamente alti”. A oggi sono in media 300 all’anno le convivenze attivate in Italia, 50 delle quali presso l’Ausl Ao3 di Torino. “Ma c’è ancora molto da fare per informare la popolazione circa questa forma di volontariato. Un aiuto potrebbe darlo il governo”. In che modo? “In Italia manca un riferimento normativo che escluda i rimborsi spese erogati alle famiglie dal conteggio dei redditi, affinché non vengano tassati. Il buon senso ci dice di escluderli dalla dichiarazione, ma questo potrebbe comportare verifiche della Finanza. Casi simili, in passato, non hanno mai comportato multe per la famiglia, ma è un problema che potrebbe disincentivare l’accoglienza. E che va risolto”.